Autore: admin

  • Il sindacato del dito

    Insieme per la giustizia, questo significa sindacato.
    In un mondo del lavoro completamente in crisi, ed in un blog come questo, non si può non ripartire dall’equilibrio fra lavoro e capitale, di cui infatti abbiamo parlato già. Il mantenimento di questo equilibrio è affidato al potere garantista della legge – da una politica che ha completamente abdicato in favore dell’economia, è altresì improbabile aspettarsi questo ruolo e le riforme dal pacchetto Treu in poi ne danno conferma – e alla contrattazione fra sindacati e associazioni datoriali, almeno in Italia.

    Le parti datoriali giocano un ruolo abbastanza facile: chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione ed ha come unico scopo il profitto può muoversi liberamente fra delocalizzazioni, applicazioni di contratti collettivi firmati da organizzazioni sindacali che annoverano fra gli/le iscritt* sì e no i membri della famiglia di chi le ha fondate, lavoro nero, lavoro grigio, evasione delle tasse, finanziarizzazione dei patrimoni e dunque creazione di reddito attraverso meccanismi che il lavoro non lo prevedono proprio. Insomma, tra legalità ed illegalità, o meglio tra ingiustizie legalizzate e giustizie illegali, basta un po’ di fantasia ed il denaro va su.

    La parte debole, quella che ci interessa quanto meno perché il nostro patrimonio non prevede rendite se non proventi da lavoro (dipendente), invece arranca ed arranca perché il concetto di sindacato si è perso – come Andrea – e non sa tornare.

    Ma, dopo questa necessaria premessa, riprendiamo da “insieme per la giustizia” e vediamo cosa ne è oggi della vita ciascuno dei due termini.
    Insieme: parola quantomeno démodé; fra monolocali (di 20 mq), monoporzioni, famiglie nucleari, numero di automobili procapite più alto in Europa (684 ogni 1000 abitanti, fonte Eurostat marzo 2024), smartworking e chi ha altri esempi li aggiunga, palesemente l’Italia non sta andando verso una cultura di solidarietà fra deboli. Non a caso, eh; lo smantellamento dell’apparato pubblico in vista della privatizzazione – con la scusa che il pubblico fosse troppo dispendioso e poco efficiente, anziché migliorarlo l’abbiamo buttato via -, l’attacco ai corpi intermedi in termini culturali e legislativi, la precarizzazione e parcellizzazione del lavoro non sono fenomeni creati da cittadin* che non vogliono socializzare ma cavalli di Troia che hanno portato alla solitudine de* pover*. Anche se non voglio nemmeno sfociare nel buonismo, essere adult* con un grado di istruzione che permette di leggere e scrivere è sufficiente a non fare di nessun* una vittima, ma quanto meno il/la co-responsabile della propria rovina. 


    Giustizia; qui si fa un po’ più complessa la questione: qual è oggi il lavoro giusto? Le prime caratteristiche – crediamo noi, condivisibili – che ci vengono in mente sono: accessibilità, dignità, bilanciamento. L’accessibilità in termini del riuscire ad inserirsi nel mercato del lavoro: non entrarne ed uscirne in un andirivieni di contratti precari, in cui si fa un po’ di tutto e un po’ di niente, in cui ci si accontenta, ci si arrabatta, si arrotonda. In cui si entra, con un passo non trionfale ma nemmeno da cani bastonati, e si resta. Dignitoso sia nel senso della retribuzione – un qualsiasi stipendio per un lavoro a tempo pieno inferiore ai 1800€ non dovrebbe essere concepibile, perché è palesemente un compenso che non consente una sopravvivenza autonoma ed indipendente – sia nel senso delle mansioni – abbiamo l’intelligenza artificiale e robot che imparano dal comportamento umano, bene! Che mettano loro a fare i lavori pesanti, pericolosi, ripetitivi, in cui l’essere umano non viene valorizzato o addirittura viene ridotto lui ad una macchina -. Infine, bilanciato. E qui – anche nelle altre questioni, ma in questa in particolare – vorrei che i sindacati la smettessero di guardare il dito; non tanto quelli che con la parte datoriale sono affini per storia e per loro stessa ammissione, ma quelli che agli astri dicono di guardare, che sia la luna o il sol dell’avvenire. 

    Non è più concepibile da un essere umano sotto ai 35 anni – anche se in Italia sono pochi sono comunque gli adulti destinati a rimanere – lavorare 8 ore al giorno su 5 o addirittura 6 giorni a settimana, per 11 mesi all’anno, per almeno 40 anni. Ci dobbiamo dire che un lavoro che consenta la salute psicofisica, la socialità e con essa la democrazia, la formazione e lo sviluppo, la libera iniziativa della persona è un lavoro che investe al massimo 30 ore a settimana, per al massimo 10 mesi all’anno e non più di 35/38 anni di vita. Anche perché siamo stuf* di vedere in giro per i mercati, per i musei, per le spiagge solo vecchi, bigotti, spreconi, e a cui innalzare il proprio spirito non serve più ad un fico secco.
    E già immaginiamo le facce di quanti diranno: “brav*, facile scrivere il libro dei sogni, ma non è sostenibile!”. E allora ci arrabbiamo, soprattutto con i sindacati che sono lì a posta per questo, per fare una controcultura, per lottare per ottenere la giustizia e mica per mantenere lo status quo, e nemmeno, se non è più il tempo, la cultura collaborazionista della Costituente; sono apparato, intelligenza collettiva. Ci sono sistemi la cui sostenibilità non ha nulla a che vedere con le leggi umane, tipo la natura e tuttavia, benché nessuna delle nostre attività abbia nemmeno la parvenza della sostenibilità, continuiamo a disinteressarcene. Quei sistemi invece che possiamo cambiare in qualsiasi momento perché sono SOLO accordi fra essere umani, solo regole e leggi dell’uomo per l’uomo, allora quelli no, non possono essere cambiati, stressati e definitivamente liquidati. Il capitalismo è UN sistema umano, la cultura del quantitativo di lavoro svolto come virtù della persona e del/la cittadin* pure. Vogliamo cambiarli o continuiamo ad indicare l’utopia che serve a spingerci appena per i 2 o 300 metri asfaltati di una manifestazione romana? 

  • Dove fanno il deserto lo chiamano pace (11 anni di ritardo).

    Fosse avvenuto nel 2014 l’incontro fra Trump e Zelensky avrebbe avuto un effetto davvero sorprendente, sarebbe stato il primo vero tentativo di pace e mediazione mentre era già in corso da tempo una guerra continua a bassa intensità nel Donbass che faceva invece evidentemente comodo ignorare e fomentare.

    Fosse stato intimato all’Ucraina e alla Russia di fermarsi e al governo di Kiev di accontentarsi di una situazione in quel momento prospera, uno stile di vita occidentale per gli Ucraini e aperto agli scambi con l’Europa, disponibilità di risorse, rispettando la posizione di zona cuscinetto fra Russia e Occidente, allora sì, che si sarebbe trattato di un incontro storico. La ricerca di una soluzione di pace bilaterale. Peccato che, invece, si spingevano posizioni folli con basi NATO alle porte del Cremlino impossibili da non guardare con preoccupazione e sospetto da parte della Russia; proviamo ad immaginare se fosse accaduto il contrario con schieramenti sovietici alle porte dell’EU. 

    Era lampante: il solito piano appoggiato dall’incompetenza di alcuni e dalla delinquenza di altri. Chi, se non la stessa Ucraina e l’intera Europa, avrebbero pagato le conseguenze di un fuoco soffiato sulle differenze culturali, sulla rivolta e l’elezione di un governo filo americano alle porte di Mosca? L’obiettivo palese era l’ingerenza americana su un’area ricca di risorse all’interno dell’Europa. Se l’Ucraina avesse vinto, cosa impossibile ma auspicabile, con i finanziamenti e le armi americane, la Russia ne sarebbe uscita incredibilmente indebolita. 

    In caso di disfatta ucraina, come è avvenuto, si sarebbero riaperti i dialoghi dell’America con la Russia, isolando Zelensky insieme all’Europa abbandonati al proprio destino, anzi castigati per una resistenza inutile e impenitente. Sulle ceneri dell’ennesimo popolo di cui non si è lasciato compiere in modo naturale il proprio cammino verso l’autodeterminazione e la libertà, gli americani si presentano come salvatori della pace che hanno contribuito a minare e ricostruttori di un disastro bellico, con ulteriori immani prospettive di guadagno e sottrazione delle materie prime rimaste.

    Soluzioni simili sono state offerte ad Iraq e Afghanistan prima, alla Palestina con il video dedicato alla ricostruzione delle spiagge e dei palazzi di Gaza, presentati come la nuova futura Malibù ricostruita dai due sorridenti filantropi, Trump e Musk. È successo negli anni 90 nei Balcani, tutti abbandonati alle loro macerie dopo interventi a dir poco pretestuosi e volti alla rapina delle risorse o alla destabilizzazione, in quel caso, di Stati e autonomie emergenti. Risalendo il corso della storia, il modo di operare non lascia spazio alla fantasia. In ogni epoca, un progresso fondato su morte e distruzione; fin dal principio delle riserve indiane presentate come ottime soluzioni di convivenza per i “selvaggi” annientati e ridotti alla fame dopo lo sterminio dei bisonti e la sottrazione di ogni territorio libero. 

    Soltanto con la cieca, ignorante e corrotta mediocrità che contraddistingue le recenti e attuali classi politiche europee si può restare sorpresi e impreparati davanti all’ultimo e più recente capitolo di una storia di imposizioni e distruzioni in nome di finti valori riconducibili a dittature finanziarie e militari su scala globale. 

    È possibile opporsi in modo concreto e credibile al volere americano, russo o cinese? Forse no, o meglio ora non più, ma lo è stato. Quando le attività e le culture dei popoli non avevano soltanto un prezzo ma anche un valore da rivendicare; quando ogni forza produttiva non era ancora stata svenduta per mancanza di capacità, orgoglio e strategia nel difenderla. Approvando ogni forma di mediocrità, in nome della sola rincorsa all’immediato guadagno, priva di ogni visione costruttiva. Con un gioco al continuo ribasso in Europa, fatto di emulazione di stereotipi commerciali invece che di differenziazione si è rinunciato alla cultura e alla formazione di esseri umani. Non parlo di umani formati solo per essere produttivi e competitivi sul mercato, ma di umani cresciuti con umanità, con la forza di dare un senso e uno scopo condivisibile al lavoro e al proprio operato nel mondo, al di là del solo individuale guadagno o della mera sopravvivenza per alcune classi sociali. Cittadini capaci di interpretare la vita e la storia, di scegliere dove e come vivere secondo le proprie possibilità ed evitando i risvolti più miseri. Cittadini con questi requisiti umani e culturali non si sarebbero trovati a temere sia economicamente che politicamente concorrenti o “avversari” oltre confine, per il semplice fatto che avrebbero saputo collaborare e rendersi indispensabili come lo sono tutti gli scambi che costituiscono un sistema globale. Non esistono sogni facili, come non dovrebbero esistere comici deputati a ricoprire incarichi politici, mafiosi e corrotti che con la sola forza dei guadagni spesso illecitamente ottenuti tengono sotto ricatto interi governi. 

    Oppure si, come infatti è accaduto e questo ne è l’epilogo. L’incubo, da loro chiamato sogno, l’ “American Dream” quello del tutto possibile a tutti solo attraverso il denaro. Infatti diventare cittadini americani secondo l’ultima proposta di Trump adesso equivale a 5 milioni di dollari, non contano altri requisiti per appartenere alla “cultura” americana. Luci, telecamere e microfoni accesi nelle stanze blindate durante un incontro che sarebbe stato fondamentale mantenere nel privato per l’importanza dei temi; ombre, morte e catastrofi per le popolazioni volutamente mantenute e manipolate nella loro incoscienza e inconsistenza di consumatori e spettatori senza scampo. 

    Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (Tacito). Dove fanno il deserto, lo chiamano pace.

  • Con la cultura si mangia e si fa la pace

    Ascoltando le parole nell’incontro fra Trump e Zelensky, credevo che il valore della cultura fosse la questione dirimente, prima ancora di economie, popoli ed eserciti. Dopo le sparate suprematiste di Vecchioni in piazza ieri, e dopo le semplificazioni qualunquiste di Augias credo che la questione culturale sia davvero l’unica. Associare questi due aggettivi a quelle due persone mi dispiace davvero tanto, ma mi ricorda una volta in più che non si può prescindere dalla propria condizione personale, e la loro è quella di due vecchi, che a questo mondo, in un modo o nell’altro, non appartengono più e di sicuro non andrebbero a combattere in caso di guerra.

    Qualche anno fa, in Italia, un Ministro ignorante pronunció la frase “con la cultura non si mangia” e una sinistra altrettanto ignorante, nonché mediocre, non seppe rispondergli se non con i posti di lavoro che crea il turismo. 

    Piccolo inciso sul turismo e la sinistra: il turismo, specialmente quello stagionale, in Italia sta portando l’arricchimento di pochi datori di lavoro grazie ad un lavoro povero, precario, non professionale né professionalizzante, la mancanza di soluzioni abitative per lavorator* e student*, ammassi d’immondizia non riciclabile e nemmeno più la possibilità di godere per la popolazione stabilmente residente del proprio patrimonio artistico e paesaggistico, economicamente diventanti inaccessibili, perché perennemente invaso da smartphone fotografanti in mano a cavalletti umani in pose senza pudore. Credo che ciò dica abbastanza sulla capacità di visione per il nostro Paese degli esponenti della sinistra italiana, sulla loro serietà nel parlare di politiche sociali ed ambientali.

    Ma torniamo a noi. Per dare valore alla propria cultura, sono necessarie delle consapevolezze. Che essa siano sul paesaggio, ambiente, patrimonio artistico, competenze artigianali, innanzitutto tocca conoscerle, ma non nel senso di sapercele e saperle enumerare e/o nominare. Occorre saperne la storia, la necessità, il significato, la coesione sociale che creano intorno a sé, il senso di appartenenza, di identità, di orgoglio. Senza deriderle e ridurle in nome della moneta unica, il pensiero globale, la lingua commerciale e cosmopolitismi vuoti. Non sto alludendo alla nostalgia per Comuni o Signorie, per il provincialismo, ma è davvero da idiot* – altro che quelli di Milei – pensare che traghettare una persona senza coscienza del proprio valore, sradicandola semplicemente dall’identità appresa per prossimità ed emulazione, verso un mondo senza riferimenti crei un cittadino/a del mondo e non un uno/a zombie che regge uno smartphone. 

    Se la nostra classe politica degli ultimi 30 anni (e non intendo da Berlusconi, ma anche dai suoi coevi) avesse avuto conoscenza, coscienza, rispetto – voglio sognare, orgoglio – delle nostre culture e avesse immaginato una scuola in cui se ne apprende il valore, l’America non ci avrebbe messi all’angolo vendendoci sempre prodotti presentati come simulacri di pace, libertà o democrazia. Avremmo avuto gli strumenti per capire. Sapremmo riconoscere il dolore degli ucraini tra chi li vuole americanizzati e chi russificati, l’ingiustizia di Israele a Gaza, avremmo meno paura dello straniero.

    Con un po’ di cultura non avremmo costretto alla fuga “ i nostri cervelli”, svenduto i marchi alle multinazionali, non avremmo ucciso l’artigianato e creato lavoratori e lavoratrici tranquillamente sostituibili da macchine, non permetteremmo alla mafia di governare il ciclo dei rifiuti, di scavare intere colline per farci passare interessi liquidi in condutture metalliche.
    Con la cultura saremmo stati tutt* più ricch*, proprio in senso economico.

    Con la cultura si mangia, si mangia tutt*, senza che qualcun* si abbuffi, e si mangia a lungo, a “colpi” di diplomazia e accordi.

    Ed infine, quella cultura creerebbe i presupposti per  la Pace e per un pacifismo vero, che non si difende affatto con i denti di Vecchioni.

    Anche la psicologia ci ha spiegato, ben prima dell’altro ieri, che l’incontro con l’altr* è possibile solo a partire dal senso di sé. E solo con “io” e con “tu” si crea relazione, magari diplomatica anche.