Autore: admin

  • Benvenut*!

    Benvenut*!

    Chiunque tu sia, se hai voglia di confrontarti con noi su temi di civiltà, di attualità, di umanità, questo è il posto giusto.

    Pensare in realtà costa molto caro: costa tempo, costa libri da leggere, costa mettersi in discussione, costa stare a sentire o leggere cose noiose, costa imparare a farlo.

    Ma una volta fatto tutto questo sforzo, è un peccato non chiudere in bellezza.

  • Woke in fondo a destra

    Woke in fondo a destra

    La cultura dello “stai sveglio” nasce come sacrosanta presa di coscienza dei fattori sociali ed economici che influiscono sulla vita dell’individuo e ne pre-determinano le condizioni di vantaggio/svantaggio. Oltre alla consapevolezza, si è prefissato, nel diventare istanza politica, l’obiettivo di combattere, con diversi approcci, la parte della cultura occidentale che determina l’oppressione dei gruppi definiti subalterni. Troppo spesso, scordandosi che il mostro finale è il capitalismo.

    Il punto, come sempre, è che nel trasferire esperienze culturali, idee e missioni politiche, o anche solo con il trascorrere del tempo, si sterilizzi la carica critica, diventi superficiale e formale qualsiasi cambiamento, tendendo invece alla conservazione della sostanza. E questo è avvenuto anche con la cultura woke che in molti casi si è trasformata in un serie di asterischi e schwa senza nessuna presa di coscienza o messa in crisi dell’identità maschilista e machista o patriarcale, in altri in quella che viene definita cancel culture cioè una spinta iconoclasta verso tutta la cultura occidentale in vista di non si sa bene cosa. Come se, fra l’altro, una cultura potesse essere cambiata come un assorbente. 

    Questo woke ha scatenato la furia di conservator3 e reazionar3 in alcune occasioni, ma anche perplessità fondatissime e scetticismi leciti. 

    Detto ciò, e stimolata da un’intervista dell’attore Elio Germano rispetto ai nuovi fondi di finanziamento per il cinema, mi è sorto il dubbio che il woke che nasce in una culla socialista, vada oggi bene per sinistra e destra. Ovviamente, il woke nella sua versione cancel culture e/o nella sua versione superficiale, purtroppo con nefandissime conseguenze di svendita culturale. 

    I fondi stanziati dal governo Meloni per sostenere il settore audiovisivo sono molto meno rispetto a quelli degli anni precedenti, nei bandi si scandisce che ad essere finanziate saranno le opere presentate da chi ha già altri progetti distribuiti in precedenza nelle sale con un vantaggio nel caso in cui promuovano personaggi e storie ambasciatrici di “italianità” nel mondo.

    Dice Germano “e chi stabilisce che cosa sia l’italianità?” Ed infatti, assistendo alla proiezione di “5 secondi” di Virzì mi rendo conto che è un film profondamente italiano, ma mica perché parli di questioni riconducibili in qualche modo all’Italia, ma è il modo di fare cinema e di raccontare una storia che è profondamente italiano. Quel film, se non fosse di Virzì, col cavolo che prenderebbe i finanziamenti pubblici per la produzione.

    Non solo, Virzì, come anche Sollima, Sorrentino, Moretti, Fellini, ecc. ecc. ecc. (eh sì, perché senza perseguire alcun progetto di esportazione dell’italianità, abbiamo dato al cinema mondiale una via italiana), non sono diventati quelli che sono dalla mattina alla sera, standosene chiusi dentro al proprio studio ed uscendone con un copione bell’e pronto in mano. No, sono partiti con belle idee in cui qualcun3 ha investito, e quelle idee sono nate da libri, spettacoli teatrali, altri film. Alcuni degni di nota, altre emerita monnezza, che però in qualche modo hanno nutrito immaginazioni, emozioni, e tutto quello che serve per fare anche il cinema. Insomma, negli anni ’90 “Le Monde” riconosceva che il protagonista assoluto della vita culturale italiana era il centro sociale, cioè quel posto in cui la gente si incontrava e nascevano produzioni dal basso che hanno formato e sfornato generazioni di artisti.

    I centri sociali li hanno sgomberati quasi tutti, ma mo tagliano anche i fondi per i nuovi progetti. E la domanda è: chi e come la porteremo questa italianità cinematografica nel mondo?

    Non è che con la voglia di imporre un’italianità inesistente, smantelliamo un cinema italianissimo solo per dare soldi agli armamenti o solo perché ci pare che chi pensa e fa arte è troppo di sinistra?

  • La pedagogia, ovvero la rinuncia al futuro

    La pedagogia, ovvero la rinuncia al futuro

    Partendo dal presupposto che sono una fervida sostenitrice della pedagogia e della psicologia in quanto, per la prima ritengo che l’educazione passi più per il “come” che per il “cosa”, per la seconda credo che senza conoscere sé stess3, senza affrontare i propri demoni, non si possa nella vita fare nulla se non rispecchiarsi, cercare risonanze ed insomma guardarsi l’ombelico o sbattere tutta la vita la testa contro lo stesso palo.

    Detto ciò, mi pare tuttavia che sia facendo un uso di entrambe davvero smodato e fuori luogo. Lasciando da parte per un attimo la psicologia, sulla quale moltissimo ci sarebbe da discutere esaminando l3 milioni di terapeut3, guru, mental coach et similia che invadono i social, o che il 78% delle persone in un percorso di terapia sono donne, concentrerò la mia riflessione sulla pedagogia.

    Innanzitutto, pedagogia appannaggio della scuola: l3 genitor3 il più delle volte sanno di pedagogia quanto basta a scegliere il freak asilo nel bosco, l’indirizzo montessoriano o obbligare nell’intraprendere il liceo classico, ognun3 a seconda della propria raffigurazione del mondo; nello sport entra pochissimo, il catechismo nemmeno viene sfiorato. Dunque, con buona pace della comunità educante, la pedagogia è materia esclusiva della scuola, per lo più dei gradi infanzia e primaria per i quali, addirittura, l’insegnamento è consentito solo se si è laureat3 in scienze della formazione primaria. Dunque, un indirizzo di studi in cui la scienza è nella formazione, non nella materia in cui si deve formare. Ed infatti, troppo spesso, la preparazione culturale di chi va ad insegnare in quei gradi lascia quanto meno a desiderare. E non intendo la conoscenza dei verbi e delle tabelline, ma delle etimologie che servono a spiegare all3 bambin3 la storia e ad affascinarl3 della relazione che intercorre fra il mondo e la parola, delle relazioni fra popoli e culture che ci permette di avere un alfabeto latino, una lingua greco-latina e i numeri arabi; intendo l’abitudine ad andare a teatro o al cinema, a leggere qualcosa di più e di meglio del best seller dell’estate, a partecipare alla vita sociale e politica, ad interessarsi della cosa pubblica, se non altro perché, essendo dipendenti statali, ne sono parte.

    E proprio qui, secondo me, c’è l’indice dell’intero romanzo contemporaneo: la pedagogia è diventata la materia attraverso la quale si plasma un futuro singolare. La fine della politica, della società di massa, l’affermazione dell’individualismo capitalista, porta in dote un sentimento di impotenza che nei fatti è l’esperienza disperata (in quanto solitaria) e nichilista della reale impotenza che la singola persona, a meno di trovarsi in posizione di privilegio per motivi economici, ha sempre avuto. Come sentire allora di potersi riappropriare della capacità di plasmare il futuro? Se la società non esiste più ma esiste solo l’individuo, ecco allora che l’unico percorso è l’educazione e la formazione dell’individuo stesso. Una pia illusione però e sempre per lo stesso motivo. Certo che se ognun3 di noi si comporta un po’ meglio, il mondo migliorerà e la pedagogia può servire ad alleviare quel carico di sensi di colpa, frustrazioni, delusioni che scarichiamo sull3 bambin3 contribuendo a crescere adult3 migliori, ma se non ci occupiamo del mondo dentro al quale quell3 adult3 andranno a vivere, il senso di colpa, la frustrazione, le delusioni si impossesseranno comunque di quegli esseri umani, lasciando tutto uguale a com’è, anzi pure peggio, visto che l’incontrare quei sentimenti e quelle sensazioni per la prima volta da adulti, potrebbe allungare i tempi per lavorarci su. Che ben venga la pedagogia, a patto di ricostruire una società: una società che si prende cura del benessere dell3 cittadine, che si occupa di pubblica amministrazione, che lavora alla mitigazione del cambiamento climatico, che garantisce pace e lavoro e che, adesso sì, diventa comunità educante.

  • Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Questa mattina, ascoltando la radio, giacché sono i giorni del festival del Cinema di Venezia, ho sentito di nuovo parlare della pellicola “The voice of Hind Rajab”, durante la quale si ascolta la lunghissima telefona intercorsa fra un operatore del centro di soccorso della Mezzaluna Rossa e una bambina di sei anni, che, essendo l’unica sopravvissuta nell’abitacolo di un auto ed accerchiata dai cadaveri di zii e cugini, nonché sotto i colpi di mitra dell’esercito israeliano, implora di essere salvata e che, invece, è stata uccisa.

    Io il documentario non l’ho visto e francamente non credo che lo vedrò, e non perché non voglio sopportare quello strazio, non perché voglia dimenticarmi dell’esistenza di tutto quello, ma perché anche senza riempirmi occhi ed orecchie di indicibile, quel dolore lo sento benissimo, distinto e forte dentro di me, ogni mattina, ogni sera, in ogni mail di lavoro e in ogni cosa che mi dicono essere “importante” o addirittura “importantissima”. Lo dico anche a me stessa, quando qualcosa mi scoccia. Mi mando seriamente affanculo da sola.

    E mi chiedo a cosa serva una pellicola del genere, è la raccolta di materiale per un museo che dovrà ricordarci quello che sta succedendo adesso? Cioè vorremo ricordare a qualcuno di non ripetere ciò che noi stiamo facendo? Sembra un paradosso temporale, no?

    A chi serve una pellicola così? Chi oggi può dire di non sapere? Chi non è toccato dalla cronaca di quei fatti? Chi ha bisogno di uno scossone emotivo per rendersi conto?

    E nel farmi tutte queste domande, mi viene in mente, nitida un’immagine ed una sensazione. Non molto fa ho visitato Mostar, avendo avuto il privilegio di parlare con chi quella guerra l’ha fatta e evita il discorso incapace di scoprire il telo pesante che copre quel dolore, o confessa di aver incubi tutte le notti. Girando per Mostar, ho visitato il museo islamico delle vittime di guerra e genocidio, all’interno si parla per lo più di Srebrenica; io ne sono uscita piangendo, il mio compagno ammutolito e con lo sguardo perso nel vuoto della disumanità. Proprio lì fuori, mi sono imbattuta in un folto gruppo di sorridenti, inconsapevoli, adult3/anzian3 turist3 giappones3. La stessa cosa mi era successa pochi mesi prima, al Louvre, dove io giravo in estasi davanti alla versione dal vivo dei miei libri di storia dell’arte, davanti a parte di quello che fa del mio cervello, della mia personalità, della mia cultura ciò che sono, una parte importante. E nel tentare di godere quello spettacolo, ho dovuto “combattere” contro orde di giappones3 che camminavano da una tela all’altra, affollando il davanti il tempo di un selfie festoso ed assente.

    Immagino che però lo stesso avvenga nel sud est asiatico, dove l3 italian3 o comunque l3 europe3 girano da un tempio all’altro.

    Ecco a cosa serve la voce di Hind Rajab, a passare lo schermo di quei maledetti telefoni, a riportare alla consapevolezza consumator3 accecat3, assordit3, senza papille gustative, né l’olfatto necessario a sentire la puzza dei Mc Donald’s e soprattutto, senza tatto.

  • La vita semplice e la coscienza di classe

    La vita semplice e la coscienza di classe

    Dal 1970 in poi sono occorsi delle congiunture e degli avventi che hanno distorto completamente la consapevolezza delle persone, almeno nella società italiana.

    Il boom economico durante una fase di extra investimenti a debito da parte dello Stato e ad una deregolamentazione totale ed assoluta hanno convinto intere generazioni, un paio almeno, che la vita sia facile. Era meglio quando potevi stare ricoverato per 10 giorni per fare degli esami di routine, quando potevi andartene in pensione a 48 anni benché l’aspettativa di vita fosse intorno agli 80, quando si potevano tirare su piani di casa senza permessi e senza disegni, condonandoli alla prima occasione utile. Era meglio perché era più facile. Era a portata di mano il lusso di non doversi preoccupare della sopravvivenza, di non doversi curare ché di sé stess*, di poter sognare.

    Chiaramente, quelle generazioni sono quelle che hanno educato e dato forma all’istruzione ed alla formazione delle seguenti, quelle generazioni cioè che hanno conosciuto un ulteriore elemento di corruzione: i social. Aprendo i social, infatti, veniamo bombardati da alcuni elementi estremamente ricorrenti, 3 dei quali possono essere riassunti così: 1. Tu sei unico/a, sei speciale, non devi scendere a patti con nessuno/a, il tuo scopo è godere di questa vita e stare bene; 2. La vita vale se sei bello/a, se fai esperienze di un certo tipo (non quelle della droga nel rock’n’roll anni ’70/’80, ma vacanze dall’altra parte del mondo, aperitivi in centro a Milano, soggiorni in SPA, eccetera); 3. Tu che sei speciale e vuoi una vita in vacanza, puoi facilmente raggiungere il tuo obiettivo vendendo online, facendo video o foto della tua vita privata e monetizzandole, investendo in bitcoin, acquistando case con cui avere dei redditi non da lavoro. Insomma, puoi essere il personaggio di un film straordinario, eccitante, patinatissimo che parla di solitudine, consumismo e povertà. 

    Insomma, la coscienza di classe è andata a farsi benedire in favore di quella che Marx chiamava falsa coscienza. E se coscienza di classe vi sembra troppo vecchia come espressione, configurazione delle proprie aspettative di vita in base a fattori socio economici predeterminati forse vi piacerà di più.

    Sono delle illusioni enormi, infatti. Non sei unico/a, sei al più un collage inedito di pezzi tanto da corrispondere alle variabili di un algoritmo. Dove sta il valore intrinseco della vita? Nei villaggi turistici e nella pelle tirata anche a cinquant’anni grazie ai costosi integratori di collagene? Nel surf, in yacht parcheggiati a Miami o in case enormi con piscina? Ci sono delle persone che si possono permettere una vita libera e luxury, senza essersi prodigate in alcun lavoro, ma quante sono? È un modello replicabile su larga scala? Perché ce ne ricordiamo nome e cognome? Se fossero tante, se fossimo tutte e 8 miliardi, come potremmo riconoscerle? 

    Ma i/ le giovani – tutta quella fascia estesa e potenzialmente pericolosa che va dai 14 anni ai 30 – è convinta del contrario e questo azzera qualsiasi pericolosità. Percepirsi sol*, esclusiv* protagonist* del proprio destino, indpendent* dal contesto sociale politico ed economico equivale ad immaginarsi capaci e disposti di rispondere solo alle proprie necessità nel momento del bisogno. Nessuno sciopero, nessuna manifestazione, nessun aiuto a chi non è amico o parente. Chi crede che il valore della propria vita derivi dalla proprietà di beni o dalla possibilità dell’acquisto, sarà intent* a guadagnare e spendere quanto basta per sentirsi come quell* a cui vuole assomigliare, non c’è spazio per nessuna progettualità a medio/lungo periodo, non cerca un altro tipo di valore e di realizzazione veramente personale e unica, magari nella costruzione di una famiglia, di uno spazio sociale, di un posto di lavoro rispondente a necessità ed etica. Chi crede, infine, che potrà evitare di lavorare non si interesserà dei problemi che riguardano i lavoratori: non gli interesserà della liberalizzazione dei contratti a termine, della sicurezza sui luoghi di lavoro, dei permessi da poter fruire per conciliare il lavoro ad una vita decente, dell’età pensionabile.

    Ciascun* cerca la soluzione al singolo problema quando si presenta a lui/lei, risolto quello si ricomincia ad illudersi di essere immuni da tutto e da tutti, almeno fino al prossimo problema. 

    Se il cristianesimo ci insegnava ad essere obbedienti e osservanti delle regole religiose in cambio della beatitudine eterna, noi ci siamo illusi che osservando le regole del capitalismo avremo la vita semplice. Ma almeno di quest’ultima abbiamo la prova di una promessa non mantenuta. 

  • Lavorare o Essere? L’uomo e la nuova alienazione nell’epoca dell’IA

    Nel cuore della trasformazione digitale più radicale della storia umana, l’intelligenza artificiale si è insinuata nei meccanismi del lavoro con una rapidità e una precisione sorprendenti. Non si tratta più solo di automatizzare compiti fisici o analizzare dati, ma di sostituire progressivamente l’essere umano in attività complesse, creative e decisionali. Davanti ad una promessa che potrebbe essere seducente; liberare tempo e risorse, sollevare l’uomo dalla fatica e dalla ripetizione si affaccia un interrogativo più profondo: che cosa resta delluomo privato del lavoro? 

    Il lavoro come sappiamo non rappresenta soltanto un mezzo di sostentamento, ma è uno dei cardini della costruzione e del riconoscimento dell’identità moderna. In esso l’individuo proietta aspirazioni, definisce ruoli, costruisce relazioni. Dire “sono un insegnante”, “sono un medico”, “sono un operaio” è molto più di una semplice descrizione professionale: è anche una dichiarazione d’identità, di appartenenza sociale sicuramente, non di rado anche di valore sociale. 

    La società industriale prima, e quella post-industriale poi, hanno rafforzato questo legame. Eppure oggi, con l’IA in grado di scrivere, diagnosticare malattie, disegnare progetti, e persino comporre musica, ci troviamo davanti a una nuova possibilità: un mondo in cui il lavoro umano, così come l’abbiamo conosciuto, può in parte diventare non necessario.

    Lalienazione al contrario

    Nel ‘900, Marx parlava di alienazione del lavoratore, l’operaio era ridotto a un ingranaggio, incapace di riconoscersi nel prodotto del proprio lavoro. Oggi il rischio concreto è quello di una nuova forma di alienazione, quasi speculare: l’alienazione del non-lavoratore.

    Senza più un ruolo riconosciuto come utile nel processo produttivo che la società capitalistica ha prima dichiarato come indicatore di valore, l’uomo rischia ora di perdere dopo la libertà anche  il proprio riflesso nella società. Se non siamo più ciò che facciamo, imperativo morale della società produttiva, cosa siamo? Se il tempo non è più scandito da orari, mansioni e responsabilità, come impostare la ricerca e la costruzione del senso? Dopo aver declassato i valori a ciò che poteva corrispondere esclusivamente ad un prezzo, il rischio è quello che il neo capitalismo lasci un vuoto  esistenziale in cui l’individuo nel suo storico ruolo di produttore/consumatore, si ritrova spogliato di coordinate fondamentali per muoversi, non più guidato (anestetizzato)  dai requisiti richiesti per produrre e consumare senza il tempo di fermarsi e formarsi per averne consapevolezza. 

    Loccasione per tornare umani

    Questo stato di cose di stampo apparentemente nichilista potrebbe nascondere un’interessante possibilità. Privato della necessità del lavoro, l’essere umano potrebbe finalmente tornare a guardarsi dentro e a guardare fuori, dedicando il tempo a quello che Cicerone indicava come l’otium, il tempo migliore in cui dedicarsi allo studio, alle arti e alla comprensione. Liberi dall’alibi del non- tempo a disposizione, potremmo tornare a coltivare le arti, riscoprendo valori fondamentali come la convivenza, la pace, la politica che mentre si eravamo così intenti a produrre sembrano essere entrati in crisi come in pochi altri bui periodi storici.  È in questo spazio libero che può emergere una nuova identità, non più definita dalla funzione, ma dalla consapevolezza. L’IA fa il lavoro, l’uomo che prima lo pensa e lo progetta, torna poi a vivere durante il suo svolgimento. Abituarsi a lavorare meno non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile verrebbe da pensare, ma non siamo di fronte a un percorso garantito, si tratta invece di una totale riconversione di un sistema di pensiero. 

    Il tempo richiede mezzi efficaci per essere gestito, perchè guardare dentro se stessi, senza filtri, senza distrazioni, può spalancare l’abisso e non tutti sono pronti a reggerne lo sguardo.

    L’alternativa è quella dell’animale sociale sradicato, come descritto da Bauman: un individuo che, privato delle strutture sociali tradizionali (tra cui il lavoro), si muove in un mondo liquido, senza legami stabili, senza ruoli definiti. L’uomo potrebbe diventare estraneo al proprio habitat, alienato non per eccesso di lavoro, ma per mancanza di ancoraggi.

    Cosa ci resta?

    La domanda finale è profonda e aperta: in un mondo dove l’IA potrebbe lavorare  al posto nostro, l’uomo è destinato a una rinascita spirituale, a una nuova umanità più consapevole e creativa, o a una crisi identitaria di proporzioni epocali?

    La risposta non è scritta nei codici delle macchine, ma resta ancorata e nascosta nel COME, nel modo in cui sceglieremo di affrontare questa nuova era. Liberare il tempo è importante ma non risolutivo: serve riconquistare senso.

    In fondo, il vero rischio non è quello di perdere il lavoro, ma di non sapere più chi siamo, una volta che il lavoro non riesca più a fornire la risposta al nostro posto.

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: la retribuzione del lavoro

    Da cosa è determinata la retribuzione oraria di un lavoratore o di una lavoratrice? O, per meglio dire, da cosa è determinato il valore di un’ora della vita di un essere umano? Se seguissimo la logica delle merci il valore di un prodotto è attribuito alla disponibilità del bene sul mercato. Siamo disposti a parlare in questi termini quando il bene in questione è la vita umana? Oppure essa possiede un valore intrinseco dettato da altro e che dovremmo prendere in considerazione nel determinare quale sia il giusto scambio fra la vita ed il suo prezzo?

    Non è retorica, facciamo alcuni esempi.
    Se ho 17 anni e passo la mia intera estate all’interno di un lido balneare e non vivo il tempo della vacanza in termini di relazione con i pari e spensieratezza, quanto dovrebbe valere in termini economici ciascuna ora di quel tempo perduto ed irrecuperabile?
    Se a 35 anni il mio contratto ancora precario non mi permette di compiere le mie scelte di indipendenza e dunque mi porta ad una procrastinazione che potrebbe equivalere alla totale rinuncia? Quanto vale il mio tempo?
    Se il mio lavoro a 55 anni è pesante e pericoloso e andrà con certezza a determinare un accorciamento della mia speranza di vita o un peggioramento delle mie condizioni di salute? Il valore che mi dev’essere riconosciuto ora, dovrà tener conto del valore che avrà il mio tempo restante?

    Ciò che vogliamo indicare con chiarezza è che per noi il valore da riconoscere ad un lavoratore o ad una lavoratrice non può essere unicamente commisurato al valore della merce o servizio prodotti in quel tempo. Deve infatti tener conto non della finalità di quel tempo ma riconoscere la dignità che quel tempo ha di per sé. 

    L’unico modo per comprendere il senso del lavoro come diritto alla realizzazione personale– e non solo come dovere – e come principio fondante di uno stato democratico è rimettere al centro l’essere umano. Se nella retorica condivisa sono stati distinti i tempi di vita e di lavoro per stabilire quale fosse un’organizzazione congrua, dovremmo tornare a far coincidere i due concetti per determinare il valore: il tempo del lavoro è il tempo della vita di ciascun* di noi.

    Come dunque stabilire il compenso orario sotto al quale non è accettabile pensare di acquistare tempo di vita umana? In termini strettamente economici, questo valore dovrebbe risultare dal rapporto fra il tempo liberato dal lavoro e le concrete possibilità di attuazione delle personali aspettative di vita. Seppure immaginare un’attuale alternativa al sistema capitalistico sembra irrealistico, pur continuando questo  a dimostrare i suoi limiti pratici e ontologici, sarebbe almeno giunto il momento di riconsiderare il rispetto delle più elementari libertà umane di sopravvivenza, espressione e realizzazione che il capitalismo continua a prevedere unicamente in relazione alla produzione delle merci. 

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: il lavoro democratico

    Se la Repubblica è fondata sul lavoro, con evidenza, chi ci ha pensato non lo intendeva solo come il fondamentale strumento che permette ad ogni cittadino e cittadina di emanciparsi dalla propria condizione di origine e/o mezzo di affermazione. Crediamo avesse in testa anche il luogo in cui fosse possibile l’esercizio quotidiano della democrazia.

    Abituati ad una percezione luogo di lavoro come uno spazio di accettazione, di subordinazione verticale ed obbedienza, dovremmo ricordare che il concetto di democrazia si basa sulla cooperazione fra individui reciprocamente responsabili delle sorti comuni e capaci di autodeterminarsi.  Dunque, considerando che la maggior parte del nostro tempo quotidiano è dedicata al lavoro, l’ambiente nel quale ci adoperiamo non può non essere concepito e costruito come un esercizio di democrazia. A patto di voler costituire una società democratica.

    Quali caratteristiche dovrebbe quindi avere il lavoro democratico?
    Iniziamo dal reclutamento. L’incrocio individuale della domanda e dell’offerta ha dei difetti enormi in termini di pari opportunità e trasparenza delle condizion di ingaggio: si entra in un luogo di lavoro per conoscenza personale del datore, si evita di chiedere quali saranno le esatte condizioni al fine di imbonire, si accettano le intemperanze o peggio di chi siede su un gradino più alto nella scala gerarchica. Perfino la scuola pubblica in Italia, con riforme sostenute dal vento dell’autonomia, assunto queste caratteristiche,

    Lo svolgimento. Quante persone conoscete, fra i vostri amici e parenti, che esercitano il proprio lavoro senza una ripetizione delle stesse procedure o movimenti, il cui spirito critico viene apprezzato, la cui propensione personale valorizzata? Chi può gestire in maniera sufficientemente indipendente il proprio carico di lavoro? In relazione al tema sicurezza, chi può non accettare o migliorare la propria condizione di sicurezza sul lavoro? 

    Facendo per la maggior parte del proprio tempo esperienza di quanto sopra descritto, come può il lavoratore o la lavoratrice non lasciarsi plasmare ed esercitare immediatamente fuori dal luogo di lavoro un comportamento ed un atteggiamento democratici? Come si può chiedere di essere cittadino a chi, per la maggior parte del tempo, si abitua ad essere schiavo?

    Chiaramente, oltre alle condizioni di cui sopra, occorre tener conto di altri fondamentali aspetti: la proporzione fra il tempo dedicato al lavoro e quello riservato ad altre attività, la capacità di affrancarsi da un lavoro e sceglierne un altro, la possibilità di trovare un’offerta lavorativa più vicina al propria indole o alla propria formazione.

  • Pensieri Influenti: fini e mezzi della comunicazione al potere 

    Il rapporto tra potere e comunicazione sappiamo che è da sempre diretto ed imprescindibile. Inutile ricordare l’affermazione e diffusione del fascismo e di ogni altro regime totalitario attraverso l’utilizzo ed il controllo della comunicazione come mezzo di propaganda diretta. Oggi, in un mondo perennemente connesso per cercare un tutorial o un life coach che indichino la via in ogni aspetto della propria vita, la comunicazione ha rafforzato il ruolo centrale, ma questa volta indiretto, per il raggiungimento di interessi di cui i comunicatori sono semplici sicari mercenari. 

    Ma mettiamo dei punti. Cos’è un influencer? Un nome che come pochi altri ha la chiarezza dei propri intenti: influenzare una massa acritica. Dunque, l’influencer al cospetto di individui o forme societarie consapevoli perderebbe il suo ruolo ed il suo potere. Come si potrebbe infatti imputare una colpa a qualcuno che dichiara il fine dei propri contenuti così manifestamente? Inspiegabili o imperdonabili sono invece i numeri che fanno di un content creator un influencer. E allora, ci chiediamo, quali sono i contenuti di un influencer? Recensioni e dichiarazioni a senso unico a favore di prodotti, marchi o battaglie occasionali da intraprendere con indignazione part time. Ed esattamente come un sicario, lautamente pagato per essere responsabile di un delitto, così un influencer mantiene il proprio stato di abbienza spropositata facendo da parafulmine all’azienda che si arricchisce talmente da mantenere a libro paga l’influencer stess*. 

    Tutto questo è reso possibile grazie ad algoritmi che premiano non la qualità di un contenuto ma la costante e crescente quantità di contenuti proposti dallo stesso profilo, tantopiù se “in trend” come si usa sui social. Contenuti che, volenti o nolenti, intercettano qualsiasi utente sulle piattaforme provocando magari anche una reazione giustamente indignata ma che si limita all’invidia sociale verso il successo dell’influencer sicario perdendo di vista i mandanti. 

    Occupiamoci ora dei mandanti. Nell’epoca che è stata universalmente riconosciuta come quella dell’entertainment, quindi con popoli assuefatti alla distrazione seriale dai processi storici, economici e politici decisivi per la vita di ciascun*, è impossibile vedere richiesta e riconosciuta la propria posizione al di là del ruolo di consumator*. Una qualsiasi banca o istituto di credito che continua a proporci soluzioni assicurative per la salute attraverso volti noti è la stessa che ha tutto l’interesse a non far ragionare l’opinione pubblica sulla tassazione sugli extraprofitti o anche sui requisiti per l’accesso al credito da parte di lavoratori e lavoratrici che appunto dovrebbero limitarsi ad acquistare pacchetti assicurativi. 

    Quanto sarebbe facile per uno Stato tassare gli extraprofitti o limitare lo spostamento dei capitali dalle tasche dei risparmiatori e delle risparmiatrici alle banche? Servirebbe una legge così articolata per imporre alle Banche la richiesta di requisiti effettivamente accessibili per vedersi riconosciuto un prestito o un mutuo? No, affatto. E allora ci viene da chiederci se lo Stato sia interessato a farlo, se abbia il potere di farlo. O la Banca in questione – che potrebbe altresì essere una mulltinazionale qualsiasi – è la detentrice della possibilità di sopravvivenza delle persone e dei sistemi che fanno l’apparato politico di uno Stato?

  • Alla morte l’Italia chiamò!

    Sposta una virgola e la guerra cambia.

    Purtroppo, dal febbraio 2022 e ancor di più dallo scorso ottobre, la guerra si è riaffacciata prepotentemente sull’Europa. Con il conflitto russo-ucraino è proprio qui che si combatte, l’altro ci interessa invece, non solo per vicinanza geografica benché separati dal mare, ma per un’innegabile responsabilità storica nella nascita e nel supporto politico – ancor oggi, nonostante l’attuale Presidente sia un terrorista al pari di Hamas – allo stato d’Israele.

    Del primo conflitto si parla meno ma si è fatto e si fa di più in supporto sia alla popolazione che fugge, sia ad uno stato che prova a resistere; del secondo si parla perfino su palchi internazionali (nel suo tour europeo Eric Clapton imbracciava una chitarra con su la bandiera del popolo Palestinese) ma realisticamente non si sta facendo proprio niente.

    Nemmeno i primi li stiamo aiutando per filantropismo: servono a ridisegnare i confini d’influenza politica ed economica fra la Russia e la NATO o, per essere trasparenti fino in fondo, fra l’America e la Cina. Ed anche, non dimentichiamocelo, perché l’industria delle armi muove grandissime quantità di denaro ed è una lobby molto potente in tutto il mondo ed in particolare modo in Italia, in Europa e in America.

    La guerra torna quindi a solleticare qualcosa con cui il popolo italiano – quello a mala pena costituito, di cui una fetta non si sente parte né orgoglioso, quello che non sappiamo ancora se è fatto da esseri umani caucasici, da chi parla la nostra lingua, da chi ha studiato la nostra cultura, da chi è nato sul nostro territorio, ecc. ma che comunque non vediamo l’ora di cancellare definitivamente attraverso l’autonomia differenziata – deve ancora fare i conti: la guerra. Ne abbiamo vissute due, ravvicinate e devastanti, la prima però ha lasciato segni meno profondi nella storia del nostro Paese: le trincee non sono profonde come le foibe. La seconda è nata dopo 20 anni di fascismo, durante i quali qualsiasi remoto paesino è diventato scenario di contrapposizioni sociali violente motivate a volte da un’idea politica, più spesso dalla necessità di sfamare una famiglia. La seconda, dopo una Liberazione in cui i fascisti italiani hanno detto ai tedeschi dove andare a scovare altri italiani da fucilare e i partigiani hanno usato talvolta la mitraglia come regolatrice di conti privati, si è conclusa con la costituente e la nascita della nostra Repubblica democratica e parlamentare. La Costituente ha risposto ad un’esigenza di rappacificazione, di ricostruzione che ha portato ad un risultato eccellente, qual è la nostra Costituzione, che aveva tutta l’intenzione di dar vita ad uno scontro democratico, civile da svolgere nell’arco parlamentare e non solo (i sindacati, ad esempio, sono riconosciuti dalla Costituzione stessa). Ma gli anni che sono seguiti hanno portato, come tutti sappiamo, una scia di sangue per i motivi più disparati – dalle bombe neo fasciste, alle Brigate Rosse, per finire fra gli anni ’80 e ’90 con le guerre di mafia – che ha segnato gli italiani definitivamente: diffidano della democrazia e temono le partigianerie. Sono dei traumi sociali che portano a non parlare adeguatamente delle guerre – l’unica narrazione è quella “umana e umanitaria”, fatta di storie a lieto fine o di vittime per cui provare un’innegabile pena – e a rifiutare il conflitto, istinto umano naturale ed innegabile, di cui resta solo il rimosso: l’invida sociale. Rispetto all’invidia, la questione che muoviamo non è certo religiosa, morale o una questione di stile ma il fatto che sia un sentimento completamente sterile e deleterio.