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  • Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Questa mattina, ascoltando la radio, giacché sono i giorni del festival del Cinema di Venezia, ho sentito di nuovo parlare della pellicola “The voice of Hind Rajab”, durante la quale si ascolta la lunghissima telefona intercorsa fra un operatore del centro di soccorso della Mezzaluna Rossa e una bambina di sei anni, che, essendo l’unica sopravvissuta nell’abitacolo di un auto ed accerchiata dai cadaveri di zii e cugini, nonché sotto i colpi di mitra dell’esercito israeliano, implora di essere salvata e che, invece, è stata uccisa.

    Io il documentario non l’ho visto e francamente non credo che lo vedrò, e non perché non voglio sopportare quello strazio, non perché voglia dimenticarmi dell’esistenza di tutto quello, ma perché anche senza riempirmi occhi ed orecchie di indicibile, quel dolore lo sento benissimo, distinto e forte dentro di me, ogni mattina, ogni sera, in ogni mail di lavoro e in ogni cosa che mi dicono essere “importante” o addirittura “importantissima”. Lo dico anche a me stessa, quando qualcosa mi scoccia. Mi mando seriamente affanculo da sola.

    E mi chiedo a cosa serva una pellicola del genere, è la raccolta di materiale per un museo che dovrà ricordarci quello che sta succedendo adesso? Cioè vorremo ricordare a qualcuno di non ripetere ciò che noi stiamo facendo? Sembra un paradosso temporale, no?

    A chi serve una pellicola così? Chi oggi può dire di non sapere? Chi non è toccato dalla cronaca di quei fatti? Chi ha bisogno di uno scossone emotivo per rendersi conto?

    E nel farmi tutte queste domande, mi viene in mente, nitida un’immagine ed una sensazione. Non molto fa ho visitato Mostar, avendo avuto il privilegio di parlare con chi quella guerra l’ha fatta e evita il discorso incapace di scoprire il telo pesante che copre quel dolore, o confessa di aver incubi tutte le notti. Girando per Mostar, ho visitato il museo islamico delle vittime di guerra e genocidio, all’interno si parla per lo più di Srebrenica; io ne sono uscita piangendo, il mio compagno ammutolito e con lo sguardo perso nel vuoto della disumanità. Proprio lì fuori, mi sono imbattuta in un folto gruppo di sorridenti, inconsapevoli, adult3/anzian3 turist3 giappones3. La stessa cosa mi era successa pochi mesi prima, al Louvre, dove io giravo in estasi davanti alla versione dal vivo dei miei libri di storia dell’arte, davanti a parte di quello che fa del mio cervello, della mia personalità, della mia cultura ciò che sono, una parte importante. E nel tentare di godere quello spettacolo, ho dovuto “combattere” contro orde di giappones3 che camminavano da una tela all’altra, affollando il davanti il tempo di un selfie festoso ed assente.

    Immagino che però lo stesso avvenga nel sud est asiatico, dove l3 italian3 o comunque l3 europe3 girano da un tempio all’altro.

    Ecco a cosa serve la voce di Hind Rajab, a passare lo schermo di quei maledetti telefoni, a riportare alla consapevolezza consumator3 accecat3, assordit3, senza papille gustative, né l’olfatto necessario a sentire la puzza dei Mc Donald’s e soprattutto, senza tatto.

  • Alla morte l’Italia chiamò!

    Sposta una virgola e la guerra cambia.

    Purtroppo, dal febbraio 2022 e ancor di più dallo scorso ottobre, la guerra si è riaffacciata prepotentemente sull’Europa. Con il conflitto russo-ucraino è proprio qui che si combatte, l’altro ci interessa invece, non solo per vicinanza geografica benché separati dal mare, ma per un’innegabile responsabilità storica nella nascita e nel supporto politico – ancor oggi, nonostante l’attuale Presidente sia un terrorista al pari di Hamas – allo stato d’Israele.

    Del primo conflitto si parla meno ma si è fatto e si fa di più in supporto sia alla popolazione che fugge, sia ad uno stato che prova a resistere; del secondo si parla perfino su palchi internazionali (nel suo tour europeo Eric Clapton imbracciava una chitarra con su la bandiera del popolo Palestinese) ma realisticamente non si sta facendo proprio niente.

    Nemmeno i primi li stiamo aiutando per filantropismo: servono a ridisegnare i confini d’influenza politica ed economica fra la Russia e la NATO o, per essere trasparenti fino in fondo, fra l’America e la Cina. Ed anche, non dimentichiamocelo, perché l’industria delle armi muove grandissime quantità di denaro ed è una lobby molto potente in tutto il mondo ed in particolare modo in Italia, in Europa e in America.

    La guerra torna quindi a solleticare qualcosa con cui il popolo italiano – quello a mala pena costituito, di cui una fetta non si sente parte né orgoglioso, quello che non sappiamo ancora se è fatto da esseri umani caucasici, da chi parla la nostra lingua, da chi ha studiato la nostra cultura, da chi è nato sul nostro territorio, ecc. ma che comunque non vediamo l’ora di cancellare definitivamente attraverso l’autonomia differenziata – deve ancora fare i conti: la guerra. Ne abbiamo vissute due, ravvicinate e devastanti, la prima però ha lasciato segni meno profondi nella storia del nostro Paese: le trincee non sono profonde come le foibe. La seconda è nata dopo 20 anni di fascismo, durante i quali qualsiasi remoto paesino è diventato scenario di contrapposizioni sociali violente motivate a volte da un’idea politica, più spesso dalla necessità di sfamare una famiglia. La seconda, dopo una Liberazione in cui i fascisti italiani hanno detto ai tedeschi dove andare a scovare altri italiani da fucilare e i partigiani hanno usato talvolta la mitraglia come regolatrice di conti privati, si è conclusa con la costituente e la nascita della nostra Repubblica democratica e parlamentare. La Costituente ha risposto ad un’esigenza di rappacificazione, di ricostruzione che ha portato ad un risultato eccellente, qual è la nostra Costituzione, che aveva tutta l’intenzione di dar vita ad uno scontro democratico, civile da svolgere nell’arco parlamentare e non solo (i sindacati, ad esempio, sono riconosciuti dalla Costituzione stessa). Ma gli anni che sono seguiti hanno portato, come tutti sappiamo, una scia di sangue per i motivi più disparati – dalle bombe neo fasciste, alle Brigate Rosse, per finire fra gli anni ’80 e ’90 con le guerre di mafia – che ha segnato gli italiani definitivamente: diffidano della democrazia e temono le partigianerie. Sono dei traumi sociali che portano a non parlare adeguatamente delle guerre – l’unica narrazione è quella “umana e umanitaria”, fatta di storie a lieto fine o di vittime per cui provare un’innegabile pena – e a rifiutare il conflitto, istinto umano naturale ed innegabile, di cui resta solo il rimosso: l’invida sociale. Rispetto all’invidia, la questione che muoviamo non è certo religiosa, morale o una questione di stile ma il fatto che sia un sentimento completamente sterile e deleterio.

  • Dove fanno il deserto lo chiamano pace (11 anni di ritardo).

    Fosse avvenuto nel 2014 l’incontro fra Trump e Zelensky avrebbe avuto un effetto davvero sorprendente, sarebbe stato il primo vero tentativo di pace e mediazione mentre era già in corso da tempo una guerra continua a bassa intensità nel Donbass che faceva invece evidentemente comodo ignorare e fomentare.

    Fosse stato intimato all’Ucraina e alla Russia di fermarsi e al governo di Kiev di accontentarsi di una situazione in quel momento prospera, uno stile di vita occidentale per gli Ucraini e aperto agli scambi con l’Europa, disponibilità di risorse, rispettando la posizione di zona cuscinetto fra Russia e Occidente, allora sì, che si sarebbe trattato di un incontro storico. La ricerca di una soluzione di pace bilaterale. Peccato che, invece, si spingevano posizioni folli con basi NATO alle porte del Cremlino impossibili da non guardare con preoccupazione e sospetto da parte della Russia; proviamo ad immaginare se fosse accaduto il contrario con schieramenti sovietici alle porte dell’EU. 

    Era lampante: il solito piano appoggiato dall’incompetenza di alcuni e dalla delinquenza di altri. Chi, se non la stessa Ucraina e l’intera Europa, avrebbero pagato le conseguenze di un fuoco soffiato sulle differenze culturali, sulla rivolta e l’elezione di un governo filo americano alle porte di Mosca? L’obiettivo palese era l’ingerenza americana su un’area ricca di risorse all’interno dell’Europa. Se l’Ucraina avesse vinto, cosa impossibile ma auspicabile, con i finanziamenti e le armi americane, la Russia ne sarebbe uscita incredibilmente indebolita. 

    In caso di disfatta ucraina, come è avvenuto, si sarebbero riaperti i dialoghi dell’America con la Russia, isolando Zelensky insieme all’Europa abbandonati al proprio destino, anzi castigati per una resistenza inutile e impenitente. Sulle ceneri dell’ennesimo popolo di cui non si è lasciato compiere in modo naturale il proprio cammino verso l’autodeterminazione e la libertà, gli americani si presentano come salvatori della pace che hanno contribuito a minare e ricostruttori di un disastro bellico, con ulteriori immani prospettive di guadagno e sottrazione delle materie prime rimaste.

    Soluzioni simili sono state offerte ad Iraq e Afghanistan prima, alla Palestina con il video dedicato alla ricostruzione delle spiagge e dei palazzi di Gaza, presentati come la nuova futura Malibù ricostruita dai due sorridenti filantropi, Trump e Musk. È successo negli anni 90 nei Balcani, tutti abbandonati alle loro macerie dopo interventi a dir poco pretestuosi e volti alla rapina delle risorse o alla destabilizzazione, in quel caso, di Stati e autonomie emergenti. Risalendo il corso della storia, il modo di operare non lascia spazio alla fantasia. In ogni epoca, un progresso fondato su morte e distruzione; fin dal principio delle riserve indiane presentate come ottime soluzioni di convivenza per i “selvaggi” annientati e ridotti alla fame dopo lo sterminio dei bisonti e la sottrazione di ogni territorio libero. 

    Soltanto con la cieca, ignorante e corrotta mediocrità che contraddistingue le recenti e attuali classi politiche europee si può restare sorpresi e impreparati davanti all’ultimo e più recente capitolo di una storia di imposizioni e distruzioni in nome di finti valori riconducibili a dittature finanziarie e militari su scala globale. 

    È possibile opporsi in modo concreto e credibile al volere americano, russo o cinese? Forse no, o meglio ora non più, ma lo è stato. Quando le attività e le culture dei popoli non avevano soltanto un prezzo ma anche un valore da rivendicare; quando ogni forza produttiva non era ancora stata svenduta per mancanza di capacità, orgoglio e strategia nel difenderla. Approvando ogni forma di mediocrità, in nome della sola rincorsa all’immediato guadagno, priva di ogni visione costruttiva. Con un gioco al continuo ribasso in Europa, fatto di emulazione di stereotipi commerciali invece che di differenziazione si è rinunciato alla cultura e alla formazione di esseri umani. Non parlo di umani formati solo per essere produttivi e competitivi sul mercato, ma di umani cresciuti con umanità, con la forza di dare un senso e uno scopo condivisibile al lavoro e al proprio operato nel mondo, al di là del solo individuale guadagno o della mera sopravvivenza per alcune classi sociali. Cittadini capaci di interpretare la vita e la storia, di scegliere dove e come vivere secondo le proprie possibilità ed evitando i risvolti più miseri. Cittadini con questi requisiti umani e culturali non si sarebbero trovati a temere sia economicamente che politicamente concorrenti o “avversari” oltre confine, per il semplice fatto che avrebbero saputo collaborare e rendersi indispensabili come lo sono tutti gli scambi che costituiscono un sistema globale. Non esistono sogni facili, come non dovrebbero esistere comici deputati a ricoprire incarichi politici, mafiosi e corrotti che con la sola forza dei guadagni spesso illecitamente ottenuti tengono sotto ricatto interi governi. 

    Oppure si, come infatti è accaduto e questo ne è l’epilogo. L’incubo, da loro chiamato sogno, l’ “American Dream” quello del tutto possibile a tutti solo attraverso il denaro. Infatti diventare cittadini americani secondo l’ultima proposta di Trump adesso equivale a 5 milioni di dollari, non contano altri requisiti per appartenere alla “cultura” americana. Luci, telecamere e microfoni accesi nelle stanze blindate durante un incontro che sarebbe stato fondamentale mantenere nel privato per l’importanza dei temi; ombre, morte e catastrofi per le popolazioni volutamente mantenute e manipolate nella loro incoscienza e inconsistenza di consumatori e spettatori senza scampo. 

    Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (Tacito). Dove fanno il deserto, lo chiamano pace.

  • Con la cultura si mangia e si fa la pace

    Ascoltando le parole nell’incontro fra Trump e Zelensky, credevo che il valore della cultura fosse la questione dirimente, prima ancora di economie, popoli ed eserciti. Dopo le sparate suprematiste di Vecchioni in piazza ieri, e dopo le semplificazioni qualunquiste di Augias credo che la questione culturale sia davvero l’unica. Associare questi due aggettivi a quelle due persone mi dispiace davvero tanto, ma mi ricorda una volta in più che non si può prescindere dalla propria condizione personale, e la loro è quella di due vecchi, che a questo mondo, in un modo o nell’altro, non appartengono più e di sicuro non andrebbero a combattere in caso di guerra.

    Qualche anno fa, in Italia, un Ministro ignorante pronunció la frase “con la cultura non si mangia” e una sinistra altrettanto ignorante, nonché mediocre, non seppe rispondergli se non con i posti di lavoro che crea il turismo. 

    Piccolo inciso sul turismo e la sinistra: il turismo, specialmente quello stagionale, in Italia sta portando l’arricchimento di pochi datori di lavoro grazie ad un lavoro povero, precario, non professionale né professionalizzante, la mancanza di soluzioni abitative per lavorator* e student*, ammassi d’immondizia non riciclabile e nemmeno più la possibilità di godere per la popolazione stabilmente residente del proprio patrimonio artistico e paesaggistico, economicamente diventanti inaccessibili, perché perennemente invaso da smartphone fotografanti in mano a cavalletti umani in pose senza pudore. Credo che ciò dica abbastanza sulla capacità di visione per il nostro Paese degli esponenti della sinistra italiana, sulla loro serietà nel parlare di politiche sociali ed ambientali.

    Ma torniamo a noi. Per dare valore alla propria cultura, sono necessarie delle consapevolezze. Che essa siano sul paesaggio, ambiente, patrimonio artistico, competenze artigianali, innanzitutto tocca conoscerle, ma non nel senso di sapercele e saperle enumerare e/o nominare. Occorre saperne la storia, la necessità, il significato, la coesione sociale che creano intorno a sé, il senso di appartenenza, di identità, di orgoglio. Senza deriderle e ridurle in nome della moneta unica, il pensiero globale, la lingua commerciale e cosmopolitismi vuoti. Non sto alludendo alla nostalgia per Comuni o Signorie, per il provincialismo, ma è davvero da idiot* – altro che quelli di Milei – pensare che traghettare una persona senza coscienza del proprio valore, sradicandola semplicemente dall’identità appresa per prossimità ed emulazione, verso un mondo senza riferimenti crei un cittadino/a del mondo e non un uno/a zombie che regge uno smartphone. 

    Se la nostra classe politica degli ultimi 30 anni (e non intendo da Berlusconi, ma anche dai suoi coevi) avesse avuto conoscenza, coscienza, rispetto – voglio sognare, orgoglio – delle nostre culture e avesse immaginato una scuola in cui se ne apprende il valore, l’America non ci avrebbe messi all’angolo vendendoci sempre prodotti presentati come simulacri di pace, libertà o democrazia. Avremmo avuto gli strumenti per capire. Sapremmo riconoscere il dolore degli ucraini tra chi li vuole americanizzati e chi russificati, l’ingiustizia di Israele a Gaza, avremmo meno paura dello straniero.

    Con un po’ di cultura non avremmo costretto alla fuga “ i nostri cervelli”, svenduto i marchi alle multinazionali, non avremmo ucciso l’artigianato e creato lavoratori e lavoratrici tranquillamente sostituibili da macchine, non permetteremmo alla mafia di governare il ciclo dei rifiuti, di scavare intere colline per farci passare interessi liquidi in condutture metalliche.
    Con la cultura saremmo stati tutt* più ricch*, proprio in senso economico.

    Con la cultura si mangia, si mangia tutt*, senza che qualcun* si abbuffi, e si mangia a lungo, a “colpi” di diplomazia e accordi.

    Ed infine, quella cultura creerebbe i presupposti per  la Pace e per un pacifismo vero, che non si difende affatto con i denti di Vecchioni.

    Anche la psicologia ci ha spiegato, ben prima dell’altro ieri, che l’incontro con l’altr* è possibile solo a partire dal senso di sé. E solo con “io” e con “tu” si crea relazione, magari diplomatica anche.