Tag: guerra russo-ucraina

  • Alla morte l’Italia chiamò!

    Sposta una virgola e la guerra cambia.

    Purtroppo, dal febbraio 2022 e ancor di più dallo scorso ottobre, la guerra si è riaffacciata prepotentemente sull’Europa. Con il conflitto russo-ucraino è proprio qui che si combatte, l’altro ci interessa invece, non solo per vicinanza geografica benché separati dal mare, ma per un’innegabile responsabilità storica nella nascita e nel supporto politico – ancor oggi, nonostante l’attuale Presidente sia un terrorista al pari di Hamas – allo stato d’Israele.

    Del primo conflitto si parla meno ma si è fatto e si fa di più in supporto sia alla popolazione che fugge, sia ad uno stato che prova a resistere; del secondo si parla perfino su palchi internazionali (nel suo tour europeo Eric Clapton imbracciava una chitarra con su la bandiera del popolo Palestinese) ma realisticamente non si sta facendo proprio niente.

    Nemmeno i primi li stiamo aiutando per filantropismo: servono a ridisegnare i confini d’influenza politica ed economica fra la Russia e la NATO o, per essere trasparenti fino in fondo, fra l’America e la Cina. Ed anche, non dimentichiamocelo, perché l’industria delle armi muove grandissime quantità di denaro ed è una lobby molto potente in tutto il mondo ed in particolare modo in Italia, in Europa e in America.

    La guerra torna quindi a solleticare qualcosa con cui il popolo italiano – quello a mala pena costituito, di cui una fetta non si sente parte né orgoglioso, quello che non sappiamo ancora se è fatto da esseri umani caucasici, da chi parla la nostra lingua, da chi ha studiato la nostra cultura, da chi è nato sul nostro territorio, ecc. ma che comunque non vediamo l’ora di cancellare definitivamente attraverso l’autonomia differenziata – deve ancora fare i conti: la guerra. Ne abbiamo vissute due, ravvicinate e devastanti, la prima però ha lasciato segni meno profondi nella storia del nostro Paese: le trincee non sono profonde come le foibe. La seconda è nata dopo 20 anni di fascismo, durante i quali qualsiasi remoto paesino è diventato scenario di contrapposizioni sociali violente motivate a volte da un’idea politica, più spesso dalla necessità di sfamare una famiglia. La seconda, dopo una Liberazione in cui i fascisti italiani hanno detto ai tedeschi dove andare a scovare altri italiani da fucilare e i partigiani hanno usato talvolta la mitraglia come regolatrice di conti privati, si è conclusa con la costituente e la nascita della nostra Repubblica democratica e parlamentare. La Costituente ha risposto ad un’esigenza di rappacificazione, di ricostruzione che ha portato ad un risultato eccellente, qual è la nostra Costituzione, che aveva tutta l’intenzione di dar vita ad uno scontro democratico, civile da svolgere nell’arco parlamentare e non solo (i sindacati, ad esempio, sono riconosciuti dalla Costituzione stessa). Ma gli anni che sono seguiti hanno portato, come tutti sappiamo, una scia di sangue per i motivi più disparati – dalle bombe neo fasciste, alle Brigate Rosse, per finire fra gli anni ’80 e ’90 con le guerre di mafia – che ha segnato gli italiani definitivamente: diffidano della democrazia e temono le partigianerie. Sono dei traumi sociali che portano a non parlare adeguatamente delle guerre – l’unica narrazione è quella “umana e umanitaria”, fatta di storie a lieto fine o di vittime per cui provare un’innegabile pena – e a rifiutare il conflitto, istinto umano naturale ed innegabile, di cui resta solo il rimosso: l’invida sociale. Rispetto all’invidia, la questione che muoviamo non è certo religiosa, morale o una questione di stile ma il fatto che sia un sentimento completamente sterile e deleterio.