Tag: genitori

  • La pedagogia, ovvero la rinuncia al futuro

    La pedagogia, ovvero la rinuncia al futuro

    Partendo dal presupposto che sono una fervida sostenitrice della pedagogia e della psicologia in quanto, per la prima ritengo che l’educazione passi più per il “come” che per il “cosa”, per la seconda credo che senza conoscere sé stess3, senza affrontare i propri demoni, non si possa nella vita fare nulla se non rispecchiarsi, cercare risonanze ed insomma guardarsi l’ombelico o sbattere tutta la vita la testa contro lo stesso palo.

    Detto ciò, mi pare tuttavia che sia facendo un uso di entrambe davvero smodato e fuori luogo. Lasciando da parte per un attimo la psicologia, sulla quale moltissimo ci sarebbe da discutere esaminando l3 milioni di terapeut3, guru, mental coach et similia che invadono i social, o che il 78% delle persone in un percorso di terapia sono donne, concentrerò la mia riflessione sulla pedagogia.

    Innanzitutto, pedagogia appannaggio della scuola: l3 genitor3 il più delle volte sanno di pedagogia quanto basta a scegliere il freak asilo nel bosco, l’indirizzo montessoriano o obbligare nell’intraprendere il liceo classico, ognun3 a seconda della propria raffigurazione del mondo; nello sport entra pochissimo, il catechismo nemmeno viene sfiorato. Dunque, con buona pace della comunità educante, la pedagogia è materia esclusiva della scuola, per lo più dei gradi infanzia e primaria per i quali, addirittura, l’insegnamento è consentito solo se si è laureat3 in scienze della formazione primaria. Dunque, un indirizzo di studi in cui la scienza è nella formazione, non nella materia in cui si deve formare. Ed infatti, troppo spesso, la preparazione culturale di chi va ad insegnare in quei gradi lascia quanto meno a desiderare. E non intendo la conoscenza dei verbi e delle tabelline, ma delle etimologie che servono a spiegare all3 bambin3 la storia e ad affascinarl3 della relazione che intercorre fra il mondo e la parola, delle relazioni fra popoli e culture che ci permette di avere un alfabeto latino, una lingua greco-latina e i numeri arabi; intendo l’abitudine ad andare a teatro o al cinema, a leggere qualcosa di più e di meglio del best seller dell’estate, a partecipare alla vita sociale e politica, ad interessarsi della cosa pubblica, se non altro perché, essendo dipendenti statali, ne sono parte.

    E proprio qui, secondo me, c’è l’indice dell’intero romanzo contemporaneo: la pedagogia è diventata la materia attraverso la quale si plasma un futuro singolare. La fine della politica, della società di massa, l’affermazione dell’individualismo capitalista, porta in dote un sentimento di impotenza che nei fatti è l’esperienza disperata (in quanto solitaria) e nichilista della reale impotenza che la singola persona, a meno di trovarsi in posizione di privilegio per motivi economici, ha sempre avuto. Come sentire allora di potersi riappropriare della capacità di plasmare il futuro? Se la società non esiste più ma esiste solo l’individuo, ecco allora che l’unico percorso è l’educazione e la formazione dell’individuo stesso. Una pia illusione però e sempre per lo stesso motivo. Certo che se ognun3 di noi si comporta un po’ meglio, il mondo migliorerà e la pedagogia può servire ad alleviare quel carico di sensi di colpa, frustrazioni, delusioni che scarichiamo sull3 bambin3 contribuendo a crescere adult3 migliori, ma se non ci occupiamo del mondo dentro al quale quell3 adult3 andranno a vivere, il senso di colpa, la frustrazione, le delusioni si impossesseranno comunque di quegli esseri umani, lasciando tutto uguale a com’è, anzi pure peggio, visto che l’incontrare quei sentimenti e quelle sensazioni per la prima volta da adulti, potrebbe allungare i tempi per lavorarci su. Che ben venga la pedagogia, a patto di ricostruire una società: una società che si prende cura del benessere dell3 cittadine, che si occupa di pubblica amministrazione, che lavora alla mitigazione del cambiamento climatico, che garantisce pace e lavoro e che, adesso sì, diventa comunità educante.