Tag: cinema

  • Woke in fondo a destra

    Woke in fondo a destra

    La cultura dello “stai sveglio” nasce come sacrosanta presa di coscienza dei fattori sociali ed economici che influiscono sulla vita dell’individuo e ne pre-determinano le condizioni di vantaggio/svantaggio. Oltre alla consapevolezza, si è prefissato, nel diventare istanza politica, l’obiettivo di combattere, con diversi approcci, la parte della cultura occidentale che determina l’oppressione dei gruppi definiti subalterni. Troppo spesso, scordandosi che il mostro finale è il capitalismo.

    Il punto, come sempre, è che nel trasferire esperienze culturali, idee e missioni politiche, o anche solo con il trascorrere del tempo, si sterilizzi la carica critica, diventi superficiale e formale qualsiasi cambiamento, tendendo invece alla conservazione della sostanza. E questo è avvenuto anche con la cultura woke che in molti casi si è trasformata in un serie di asterischi e schwa senza nessuna presa di coscienza o messa in crisi dell’identità maschilista e machista o patriarcale, in altri in quella che viene definita cancel culture cioè una spinta iconoclasta verso tutta la cultura occidentale in vista di non si sa bene cosa. Come se, fra l’altro, una cultura potesse essere cambiata come un assorbente. 

    Questo woke ha scatenato la furia di conservator3 e reazionar3 in alcune occasioni, ma anche perplessità fondatissime e scetticismi leciti. 

    Detto ciò, e stimolata da un’intervista dell’attore Elio Germano rispetto ai nuovi fondi di finanziamento per il cinema, mi è sorto il dubbio che il woke che nasce in una culla socialista, vada oggi bene per sinistra e destra. Ovviamente, il woke nella sua versione cancel culture e/o nella sua versione superficiale, purtroppo con nefandissime conseguenze di svendita culturale. 

    I fondi stanziati dal governo Meloni per sostenere il settore audiovisivo sono molto meno rispetto a quelli degli anni precedenti, nei bandi si scandisce che ad essere finanziate saranno le opere presentate da chi ha già altri progetti distribuiti in precedenza nelle sale con un vantaggio nel caso in cui promuovano personaggi e storie ambasciatrici di “italianità” nel mondo.

    Dice Germano “e chi stabilisce che cosa sia l’italianità?” Ed infatti, assistendo alla proiezione di “5 secondi” di Virzì mi rendo conto che è un film profondamente italiano, ma mica perché parli di questioni riconducibili in qualche modo all’Italia, ma è il modo di fare cinema e di raccontare una storia che è profondamente italiano. Quel film, se non fosse di Virzì, col cavolo che prenderebbe i finanziamenti pubblici per la produzione.

    Non solo, Virzì, come anche Sollima, Sorrentino, Moretti, Fellini, ecc. ecc. ecc. (eh sì, perché senza perseguire alcun progetto di esportazione dell’italianità, abbiamo dato al cinema mondiale una via italiana), non sono diventati quelli che sono dalla mattina alla sera, standosene chiusi dentro al proprio studio ed uscendone con un copione bell’e pronto in mano. No, sono partiti con belle idee in cui qualcun3 ha investito, e quelle idee sono nate da libri, spettacoli teatrali, altri film. Alcuni degni di nota, altre emerita monnezza, che però in qualche modo hanno nutrito immaginazioni, emozioni, e tutto quello che serve per fare anche il cinema. Insomma, negli anni ’90 “Le Monde” riconosceva che il protagonista assoluto della vita culturale italiana era il centro sociale, cioè quel posto in cui la gente si incontrava e nascevano produzioni dal basso che hanno formato e sfornato generazioni di artisti.

    I centri sociali li hanno sgomberati quasi tutti, ma mo tagliano anche i fondi per i nuovi progetti. E la domanda è: chi e come la porteremo questa italianità cinematografica nel mondo?

    Non è che con la voglia di imporre un’italianità inesistente, smantelliamo un cinema italianissimo solo per dare soldi agli armamenti o solo perché ci pare che chi pensa e fa arte è troppo di sinistra?

  • Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Tragedie immani per spettatori indifferenti

    Questa mattina, ascoltando la radio, giacché sono i giorni del festival del Cinema di Venezia, ho sentito di nuovo parlare della pellicola “The voice of Hind Rajab”, durante la quale si ascolta la lunghissima telefona intercorsa fra un operatore del centro di soccorso della Mezzaluna Rossa e una bambina di sei anni, che, essendo l’unica sopravvissuta nell’abitacolo di un auto ed accerchiata dai cadaveri di zii e cugini, nonché sotto i colpi di mitra dell’esercito israeliano, implora di essere salvata e che, invece, è stata uccisa.

    Io il documentario non l’ho visto e francamente non credo che lo vedrò, e non perché non voglio sopportare quello strazio, non perché voglia dimenticarmi dell’esistenza di tutto quello, ma perché anche senza riempirmi occhi ed orecchie di indicibile, quel dolore lo sento benissimo, distinto e forte dentro di me, ogni mattina, ogni sera, in ogni mail di lavoro e in ogni cosa che mi dicono essere “importante” o addirittura “importantissima”. Lo dico anche a me stessa, quando qualcosa mi scoccia. Mi mando seriamente affanculo da sola.

    E mi chiedo a cosa serva una pellicola del genere, è la raccolta di materiale per un museo che dovrà ricordarci quello che sta succedendo adesso? Cioè vorremo ricordare a qualcuno di non ripetere ciò che noi stiamo facendo? Sembra un paradosso temporale, no?

    A chi serve una pellicola così? Chi oggi può dire di non sapere? Chi non è toccato dalla cronaca di quei fatti? Chi ha bisogno di uno scossone emotivo per rendersi conto?

    E nel farmi tutte queste domande, mi viene in mente, nitida un’immagine ed una sensazione. Non molto fa ho visitato Mostar, avendo avuto il privilegio di parlare con chi quella guerra l’ha fatta e evita il discorso incapace di scoprire il telo pesante che copre quel dolore, o confessa di aver incubi tutte le notti. Girando per Mostar, ho visitato il museo islamico delle vittime di guerra e genocidio, all’interno si parla per lo più di Srebrenica; io ne sono uscita piangendo, il mio compagno ammutolito e con lo sguardo perso nel vuoto della disumanità. Proprio lì fuori, mi sono imbattuta in un folto gruppo di sorridenti, inconsapevoli, adult3/anzian3 turist3 giappones3. La stessa cosa mi era successa pochi mesi prima, al Louvre, dove io giravo in estasi davanti alla versione dal vivo dei miei libri di storia dell’arte, davanti a parte di quello che fa del mio cervello, della mia personalità, della mia cultura ciò che sono, una parte importante. E nel tentare di godere quello spettacolo, ho dovuto “combattere” contro orde di giappones3 che camminavano da una tela all’altra, affollando il davanti il tempo di un selfie festoso ed assente.

    Immagino che però lo stesso avvenga nel sud est asiatico, dove l3 italian3 o comunque l3 europe3 girano da un tempio all’altro.

    Ecco a cosa serve la voce di Hind Rajab, a passare lo schermo di quei maledetti telefoni, a riportare alla consapevolezza consumator3 accecat3, assordit3, senza papille gustative, né l’olfatto necessario a sentire la puzza dei Mc Donald’s e soprattutto, senza tatto.