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  • La vita semplice e la coscienza di classe

    La vita semplice e la coscienza di classe

    Dal 1970 in poi sono occorsi delle congiunture e degli avventi che hanno distorto completamente la consapevolezza delle persone, almeno nella società italiana.

    Il boom economico durante una fase di extra investimenti a debito da parte dello Stato e ad una deregolamentazione totale ed assoluta hanno convinto intere generazioni, un paio almeno, che la vita sia facile. Era meglio quando potevi stare ricoverato per 10 giorni per fare degli esami di routine, quando potevi andartene in pensione a 48 anni benché l’aspettativa di vita fosse intorno agli 80, quando si potevano tirare su piani di casa senza permessi e senza disegni, condonandoli alla prima occasione utile. Era meglio perché era più facile. Era a portata di mano il lusso di non doversi preoccupare della sopravvivenza, di non doversi curare ché di sé stess*, di poter sognare.

    Chiaramente, quelle generazioni sono quelle che hanno educato e dato forma all’istruzione ed alla formazione delle seguenti, quelle generazioni cioè che hanno conosciuto un ulteriore elemento di corruzione: i social. Aprendo i social, infatti, veniamo bombardati da alcuni elementi estremamente ricorrenti, 3 dei quali possono essere riassunti così: 1. Tu sei unico/a, sei speciale, non devi scendere a patti con nessuno/a, il tuo scopo è godere di questa vita e stare bene; 2. La vita vale se sei bello/a, se fai esperienze di un certo tipo (non quelle della droga nel rock’n’roll anni ’70/’80, ma vacanze dall’altra parte del mondo, aperitivi in centro a Milano, soggiorni in SPA, eccetera); 3. Tu che sei speciale e vuoi una vita in vacanza, puoi facilmente raggiungere il tuo obiettivo vendendo online, facendo video o foto della tua vita privata e monetizzandole, investendo in bitcoin, acquistando case con cui avere dei redditi non da lavoro. Insomma, puoi essere il personaggio di un film straordinario, eccitante, patinatissimo che parla di solitudine, consumismo e povertà. 

    Insomma, la coscienza di classe è andata a farsi benedire in favore di quella che Marx chiamava falsa coscienza. E se coscienza di classe vi sembra troppo vecchia come espressione, configurazione delle proprie aspettative di vita in base a fattori socio economici predeterminati forse vi piacerà di più.

    Sono delle illusioni enormi, infatti. Non sei unico/a, sei al più un collage inedito di pezzi tanto da corrispondere alle variabili di un algoritmo. Dove sta il valore intrinseco della vita? Nei villaggi turistici e nella pelle tirata anche a cinquant’anni grazie ai costosi integratori di collagene? Nel surf, in yacht parcheggiati a Miami o in case enormi con piscina? Ci sono delle persone che si possono permettere una vita libera e luxury, senza essersi prodigate in alcun lavoro, ma quante sono? È un modello replicabile su larga scala? Perché ce ne ricordiamo nome e cognome? Se fossero tante, se fossimo tutte e 8 miliardi, come potremmo riconoscerle? 

    Ma i/ le giovani – tutta quella fascia estesa e potenzialmente pericolosa che va dai 14 anni ai 30 – è convinta del contrario e questo azzera qualsiasi pericolosità. Percepirsi sol*, esclusiv* protagonist* del proprio destino, indpendent* dal contesto sociale politico ed economico equivale ad immaginarsi capaci e disposti di rispondere solo alle proprie necessità nel momento del bisogno. Nessuno sciopero, nessuna manifestazione, nessun aiuto a chi non è amico o parente. Chi crede che il valore della propria vita derivi dalla proprietà di beni o dalla possibilità dell’acquisto, sarà intent* a guadagnare e spendere quanto basta per sentirsi come quell* a cui vuole assomigliare, non c’è spazio per nessuna progettualità a medio/lungo periodo, non cerca un altro tipo di valore e di realizzazione veramente personale e unica, magari nella costruzione di una famiglia, di uno spazio sociale, di un posto di lavoro rispondente a necessità ed etica. Chi crede, infine, che potrà evitare di lavorare non si interesserà dei problemi che riguardano i lavoratori: non gli interesserà della liberalizzazione dei contratti a termine, della sicurezza sui luoghi di lavoro, dei permessi da poter fruire per conciliare il lavoro ad una vita decente, dell’età pensionabile.

    Ciascun* cerca la soluzione al singolo problema quando si presenta a lui/lei, risolto quello si ricomincia ad illudersi di essere immuni da tutto e da tutti, almeno fino al prossimo problema. 

    Se il cristianesimo ci insegnava ad essere obbedienti e osservanti delle regole religiose in cambio della beatitudine eterna, noi ci siamo illusi che osservando le regole del capitalismo avremo la vita semplice. Ma almeno di quest’ultima abbiamo la prova di una promessa non mantenuta. 

  • Lavorare o Essere? L’uomo e la nuova alienazione nell’epoca dell’IA

    Nel cuore della trasformazione digitale più radicale della storia umana, l’intelligenza artificiale si è insinuata nei meccanismi del lavoro con una rapidità e una precisione sorprendenti. Non si tratta più solo di automatizzare compiti fisici o analizzare dati, ma di sostituire progressivamente l’essere umano in attività complesse, creative e decisionali. Davanti ad una promessa che potrebbe essere seducente; liberare tempo e risorse, sollevare l’uomo dalla fatica e dalla ripetizione si affaccia un interrogativo più profondo: che cosa resta delluomo privato del lavoro? 

    Il lavoro come sappiamo non rappresenta soltanto un mezzo di sostentamento, ma è uno dei cardini della costruzione e del riconoscimento dell’identità moderna. In esso l’individuo proietta aspirazioni, definisce ruoli, costruisce relazioni. Dire “sono un insegnante”, “sono un medico”, “sono un operaio” è molto più di una semplice descrizione professionale: è anche una dichiarazione d’identità, di appartenenza sociale sicuramente, non di rado anche di valore sociale. 

    La società industriale prima, e quella post-industriale poi, hanno rafforzato questo legame. Eppure oggi, con l’IA in grado di scrivere, diagnosticare malattie, disegnare progetti, e persino comporre musica, ci troviamo davanti a una nuova possibilità: un mondo in cui il lavoro umano, così come l’abbiamo conosciuto, può in parte diventare non necessario.

    Lalienazione al contrario

    Nel ‘900, Marx parlava di alienazione del lavoratore, l’operaio era ridotto a un ingranaggio, incapace di riconoscersi nel prodotto del proprio lavoro. Oggi il rischio concreto è quello di una nuova forma di alienazione, quasi speculare: l’alienazione del non-lavoratore.

    Senza più un ruolo riconosciuto come utile nel processo produttivo che la società capitalistica ha prima dichiarato come indicatore di valore, l’uomo rischia ora di perdere dopo la libertà anche  il proprio riflesso nella società. Se non siamo più ciò che facciamo, imperativo morale della società produttiva, cosa siamo? Se il tempo non è più scandito da orari, mansioni e responsabilità, come impostare la ricerca e la costruzione del senso? Dopo aver declassato i valori a ciò che poteva corrispondere esclusivamente ad un prezzo, il rischio è quello che il neo capitalismo lasci un vuoto  esistenziale in cui l’individuo nel suo storico ruolo di produttore/consumatore, si ritrova spogliato di coordinate fondamentali per muoversi, non più guidato (anestetizzato)  dai requisiti richiesti per produrre e consumare senza il tempo di fermarsi e formarsi per averne consapevolezza. 

    Loccasione per tornare umani

    Questo stato di cose di stampo apparentemente nichilista potrebbe nascondere un’interessante possibilità. Privato della necessità del lavoro, l’essere umano potrebbe finalmente tornare a guardarsi dentro e a guardare fuori, dedicando il tempo a quello che Cicerone indicava come l’otium, il tempo migliore in cui dedicarsi allo studio, alle arti e alla comprensione. Liberi dall’alibi del non- tempo a disposizione, potremmo tornare a coltivare le arti, riscoprendo valori fondamentali come la convivenza, la pace, la politica che mentre si eravamo così intenti a produrre sembrano essere entrati in crisi come in pochi altri bui periodi storici.  È in questo spazio libero che può emergere una nuova identità, non più definita dalla funzione, ma dalla consapevolezza. L’IA fa il lavoro, l’uomo che prima lo pensa e lo progetta, torna poi a vivere durante il suo svolgimento. Abituarsi a lavorare meno non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile verrebbe da pensare, ma non siamo di fronte a un percorso garantito, si tratta invece di una totale riconversione di un sistema di pensiero. 

    Il tempo richiede mezzi efficaci per essere gestito, perchè guardare dentro se stessi, senza filtri, senza distrazioni, può spalancare l’abisso e non tutti sono pronti a reggerne lo sguardo.

    L’alternativa è quella dell’animale sociale sradicato, come descritto da Bauman: un individuo che, privato delle strutture sociali tradizionali (tra cui il lavoro), si muove in un mondo liquido, senza legami stabili, senza ruoli definiti. L’uomo potrebbe diventare estraneo al proprio habitat, alienato non per eccesso di lavoro, ma per mancanza di ancoraggi.

    Cosa ci resta?

    La domanda finale è profonda e aperta: in un mondo dove l’IA potrebbe lavorare  al posto nostro, l’uomo è destinato a una rinascita spirituale, a una nuova umanità più consapevole e creativa, o a una crisi identitaria di proporzioni epocali?

    La risposta non è scritta nei codici delle macchine, ma resta ancorata e nascosta nel COME, nel modo in cui sceglieremo di affrontare questa nuova era. Liberare il tempo è importante ma non risolutivo: serve riconquistare senso.

    In fondo, il vero rischio non è quello di perdere il lavoro, ma di non sapere più chi siamo, una volta che il lavoro non riesca più a fornire la risposta al nostro posto.

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: la retribuzione del lavoro

    Da cosa è determinata la retribuzione oraria di un lavoratore o di una lavoratrice? O, per meglio dire, da cosa è determinato il valore di un’ora della vita di un essere umano? Se seguissimo la logica delle merci il valore di un prodotto è attribuito alla disponibilità del bene sul mercato. Siamo disposti a parlare in questi termini quando il bene in questione è la vita umana? Oppure essa possiede un valore intrinseco dettato da altro e che dovremmo prendere in considerazione nel determinare quale sia il giusto scambio fra la vita ed il suo prezzo?

    Non è retorica, facciamo alcuni esempi.
    Se ho 17 anni e passo la mia intera estate all’interno di un lido balneare e non vivo il tempo della vacanza in termini di relazione con i pari e spensieratezza, quanto dovrebbe valere in termini economici ciascuna ora di quel tempo perduto ed irrecuperabile?
    Se a 35 anni il mio contratto ancora precario non mi permette di compiere le mie scelte di indipendenza e dunque mi porta ad una procrastinazione che potrebbe equivalere alla totale rinuncia? Quanto vale il mio tempo?
    Se il mio lavoro a 55 anni è pesante e pericoloso e andrà con certezza a determinare un accorciamento della mia speranza di vita o un peggioramento delle mie condizioni di salute? Il valore che mi dev’essere riconosciuto ora, dovrà tener conto del valore che avrà il mio tempo restante?

    Ciò che vogliamo indicare con chiarezza è che per noi il valore da riconoscere ad un lavoratore o ad una lavoratrice non può essere unicamente commisurato al valore della merce o servizio prodotti in quel tempo. Deve infatti tener conto non della finalità di quel tempo ma riconoscere la dignità che quel tempo ha di per sé. 

    L’unico modo per comprendere il senso del lavoro come diritto alla realizzazione personale– e non solo come dovere – e come principio fondante di uno stato democratico è rimettere al centro l’essere umano. Se nella retorica condivisa sono stati distinti i tempi di vita e di lavoro per stabilire quale fosse un’organizzazione congrua, dovremmo tornare a far coincidere i due concetti per determinare il valore: il tempo del lavoro è il tempo della vita di ciascun* di noi.

    Come dunque stabilire il compenso orario sotto al quale non è accettabile pensare di acquistare tempo di vita umana? In termini strettamente economici, questo valore dovrebbe risultare dal rapporto fra il tempo liberato dal lavoro e le concrete possibilità di attuazione delle personali aspettative di vita. Seppure immaginare un’attuale alternativa al sistema capitalistico sembra irrealistico, pur continuando questo  a dimostrare i suoi limiti pratici e ontologici, sarebbe almeno giunto il momento di riconsiderare il rispetto delle più elementari libertà umane di sopravvivenza, espressione e realizzazione che il capitalismo continua a prevedere unicamente in relazione alla produzione delle merci. 

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: il lavoro democratico

    Se la Repubblica è fondata sul lavoro, con evidenza, chi ci ha pensato non lo intendeva solo come il fondamentale strumento che permette ad ogni cittadino e cittadina di emanciparsi dalla propria condizione di origine e/o mezzo di affermazione. Crediamo avesse in testa anche il luogo in cui fosse possibile l’esercizio quotidiano della democrazia.

    Abituati ad una percezione luogo di lavoro come uno spazio di accettazione, di subordinazione verticale ed obbedienza, dovremmo ricordare che il concetto di democrazia si basa sulla cooperazione fra individui reciprocamente responsabili delle sorti comuni e capaci di autodeterminarsi.  Dunque, considerando che la maggior parte del nostro tempo quotidiano è dedicata al lavoro, l’ambiente nel quale ci adoperiamo non può non essere concepito e costruito come un esercizio di democrazia. A patto di voler costituire una società democratica.

    Quali caratteristiche dovrebbe quindi avere il lavoro democratico?
    Iniziamo dal reclutamento. L’incrocio individuale della domanda e dell’offerta ha dei difetti enormi in termini di pari opportunità e trasparenza delle condizion di ingaggio: si entra in un luogo di lavoro per conoscenza personale del datore, si evita di chiedere quali saranno le esatte condizioni al fine di imbonire, si accettano le intemperanze o peggio di chi siede su un gradino più alto nella scala gerarchica. Perfino la scuola pubblica in Italia, con riforme sostenute dal vento dell’autonomia, assunto queste caratteristiche,

    Lo svolgimento. Quante persone conoscete, fra i vostri amici e parenti, che esercitano il proprio lavoro senza una ripetizione delle stesse procedure o movimenti, il cui spirito critico viene apprezzato, la cui propensione personale valorizzata? Chi può gestire in maniera sufficientemente indipendente il proprio carico di lavoro? In relazione al tema sicurezza, chi può non accettare o migliorare la propria condizione di sicurezza sul lavoro? 

    Facendo per la maggior parte del proprio tempo esperienza di quanto sopra descritto, come può il lavoratore o la lavoratrice non lasciarsi plasmare ed esercitare immediatamente fuori dal luogo di lavoro un comportamento ed un atteggiamento democratici? Come si può chiedere di essere cittadino a chi, per la maggior parte del tempo, si abitua ad essere schiavo?

    Chiaramente, oltre alle condizioni di cui sopra, occorre tener conto di altri fondamentali aspetti: la proporzione fra il tempo dedicato al lavoro e quello riservato ad altre attività, la capacità di affrancarsi da un lavoro e sceglierne un altro, la possibilità di trovare un’offerta lavorativa più vicina al propria indole o alla propria formazione.