Categoria: lavoro

gli articoli che parlano di lavoro

  • Lavorare o Essere? L’uomo e la nuova alienazione nell’epoca dell’IA

    Nel cuore della trasformazione digitale più radicale della storia umana, l’intelligenza artificiale si è insinuata nei meccanismi del lavoro con una rapidità e una precisione sorprendenti. Non si tratta più solo di automatizzare compiti fisici o analizzare dati, ma di sostituire progressivamente l’essere umano in attività complesse, creative e decisionali. Davanti ad una promessa che potrebbe essere seducente; liberare tempo e risorse, sollevare l’uomo dalla fatica e dalla ripetizione si affaccia un interrogativo più profondo: che cosa resta delluomo privato del lavoro? 

    Il lavoro come sappiamo non rappresenta soltanto un mezzo di sostentamento, ma è uno dei cardini della costruzione e del riconoscimento dell’identità moderna. In esso l’individuo proietta aspirazioni, definisce ruoli, costruisce relazioni. Dire “sono un insegnante”, “sono un medico”, “sono un operaio” è molto più di una semplice descrizione professionale: è anche una dichiarazione d’identità, di appartenenza sociale sicuramente, non di rado anche di valore sociale. 

    La società industriale prima, e quella post-industriale poi, hanno rafforzato questo legame. Eppure oggi, con l’IA in grado di scrivere, diagnosticare malattie, disegnare progetti, e persino comporre musica, ci troviamo davanti a una nuova possibilità: un mondo in cui il lavoro umano, così come l’abbiamo conosciuto, può in parte diventare non necessario.

    Lalienazione al contrario

    Nel ‘900, Marx parlava di alienazione del lavoratore, l’operaio era ridotto a un ingranaggio, incapace di riconoscersi nel prodotto del proprio lavoro. Oggi il rischio concreto è quello di una nuova forma di alienazione, quasi speculare: l’alienazione del non-lavoratore.

    Senza più un ruolo riconosciuto come utile nel processo produttivo che la società capitalistica ha prima dichiarato come indicatore di valore, l’uomo rischia ora di perdere dopo la libertà anche  il proprio riflesso nella società. Se non siamo più ciò che facciamo, imperativo morale della società produttiva, cosa siamo? Se il tempo non è più scandito da orari, mansioni e responsabilità, come impostare la ricerca e la costruzione del senso? Dopo aver declassato i valori a ciò che poteva corrispondere esclusivamente ad un prezzo, il rischio è quello che il neo capitalismo lasci un vuoto  esistenziale in cui l’individuo nel suo storico ruolo di produttore/consumatore, si ritrova spogliato di coordinate fondamentali per muoversi, non più guidato (anestetizzato)  dai requisiti richiesti per produrre e consumare senza il tempo di fermarsi e formarsi per averne consapevolezza. 

    Loccasione per tornare umani

    Questo stato di cose di stampo apparentemente nichilista potrebbe nascondere un’interessante possibilità. Privato della necessità del lavoro, l’essere umano potrebbe finalmente tornare a guardarsi dentro e a guardare fuori, dedicando il tempo a quello che Cicerone indicava come l’otium, il tempo migliore in cui dedicarsi allo studio, alle arti e alla comprensione. Liberi dall’alibi del non- tempo a disposizione, potremmo tornare a coltivare le arti, riscoprendo valori fondamentali come la convivenza, la pace, la politica che mentre si eravamo così intenti a produrre sembrano essere entrati in crisi come in pochi altri bui periodi storici.  È in questo spazio libero che può emergere una nuova identità, non più definita dalla funzione, ma dalla consapevolezza. L’IA fa il lavoro, l’uomo che prima lo pensa e lo progetta, torna poi a vivere durante il suo svolgimento. Abituarsi a lavorare meno non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile verrebbe da pensare, ma non siamo di fronte a un percorso garantito, si tratta invece di una totale riconversione di un sistema di pensiero. 

    Il tempo richiede mezzi efficaci per essere gestito, perchè guardare dentro se stessi, senza filtri, senza distrazioni, può spalancare l’abisso e non tutti sono pronti a reggerne lo sguardo.

    L’alternativa è quella dell’animale sociale sradicato, come descritto da Bauman: un individuo che, privato delle strutture sociali tradizionali (tra cui il lavoro), si muove in un mondo liquido, senza legami stabili, senza ruoli definiti. L’uomo potrebbe diventare estraneo al proprio habitat, alienato non per eccesso di lavoro, ma per mancanza di ancoraggi.

    Cosa ci resta?

    La domanda finale è profonda e aperta: in un mondo dove l’IA potrebbe lavorare  al posto nostro, l’uomo è destinato a una rinascita spirituale, a una nuova umanità più consapevole e creativa, o a una crisi identitaria di proporzioni epocali?

    La risposta non è scritta nei codici delle macchine, ma resta ancorata e nascosta nel COME, nel modo in cui sceglieremo di affrontare questa nuova era. Liberare il tempo è importante ma non risolutivo: serve riconquistare senso.

    In fondo, il vero rischio non è quello di perdere il lavoro, ma di non sapere più chi siamo, una volta che il lavoro non riesca più a fornire la risposta al nostro posto.

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: la retribuzione del lavoro

    Da cosa è determinata la retribuzione oraria di un lavoratore o di una lavoratrice? O, per meglio dire, da cosa è determinato il valore di un’ora della vita di un essere umano? Se seguissimo la logica delle merci il valore di un prodotto è attribuito alla disponibilità del bene sul mercato. Siamo disposti a parlare in questi termini quando il bene in questione è la vita umana? Oppure essa possiede un valore intrinseco dettato da altro e che dovremmo prendere in considerazione nel determinare quale sia il giusto scambio fra la vita ed il suo prezzo?

    Non è retorica, facciamo alcuni esempi.
    Se ho 17 anni e passo la mia intera estate all’interno di un lido balneare e non vivo il tempo della vacanza in termini di relazione con i pari e spensieratezza, quanto dovrebbe valere in termini economici ciascuna ora di quel tempo perduto ed irrecuperabile?
    Se a 35 anni il mio contratto ancora precario non mi permette di compiere le mie scelte di indipendenza e dunque mi porta ad una procrastinazione che potrebbe equivalere alla totale rinuncia? Quanto vale il mio tempo?
    Se il mio lavoro a 55 anni è pesante e pericoloso e andrà con certezza a determinare un accorciamento della mia speranza di vita o un peggioramento delle mie condizioni di salute? Il valore che mi dev’essere riconosciuto ora, dovrà tener conto del valore che avrà il mio tempo restante?

    Ciò che vogliamo indicare con chiarezza è che per noi il valore da riconoscere ad un lavoratore o ad una lavoratrice non può essere unicamente commisurato al valore della merce o servizio prodotti in quel tempo. Deve infatti tener conto non della finalità di quel tempo ma riconoscere la dignità che quel tempo ha di per sé. 

    L’unico modo per comprendere il senso del lavoro come diritto alla realizzazione personale– e non solo come dovere – e come principio fondante di uno stato democratico è rimettere al centro l’essere umano. Se nella retorica condivisa sono stati distinti i tempi di vita e di lavoro per stabilire quale fosse un’organizzazione congrua, dovremmo tornare a far coincidere i due concetti per determinare il valore: il tempo del lavoro è il tempo della vita di ciascun* di noi.

    Come dunque stabilire il compenso orario sotto al quale non è accettabile pensare di acquistare tempo di vita umana? In termini strettamente economici, questo valore dovrebbe risultare dal rapporto fra il tempo liberato dal lavoro e le concrete possibilità di attuazione delle personali aspettative di vita. Seppure immaginare un’attuale alternativa al sistema capitalistico sembra irrealistico, pur continuando questo  a dimostrare i suoi limiti pratici e ontologici, sarebbe almeno giunto il momento di riconsiderare il rispetto delle più elementari libertà umane di sopravvivenza, espressione e realizzazione che il capitalismo continua a prevedere unicamente in relazione alla produzione delle merci. 

  • L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: il lavoro democratico

    Se la Repubblica è fondata sul lavoro, con evidenza, chi ci ha pensato non lo intendeva solo come il fondamentale strumento che permette ad ogni cittadino e cittadina di emanciparsi dalla propria condizione di origine e/o mezzo di affermazione. Crediamo avesse in testa anche il luogo in cui fosse possibile l’esercizio quotidiano della democrazia.

    Abituati ad una percezione luogo di lavoro come uno spazio di accettazione, di subordinazione verticale ed obbedienza, dovremmo ricordare che il concetto di democrazia si basa sulla cooperazione fra individui reciprocamente responsabili delle sorti comuni e capaci di autodeterminarsi.  Dunque, considerando che la maggior parte del nostro tempo quotidiano è dedicata al lavoro, l’ambiente nel quale ci adoperiamo non può non essere concepito e costruito come un esercizio di democrazia. A patto di voler costituire una società democratica.

    Quali caratteristiche dovrebbe quindi avere il lavoro democratico?
    Iniziamo dal reclutamento. L’incrocio individuale della domanda e dell’offerta ha dei difetti enormi in termini di pari opportunità e trasparenza delle condizion di ingaggio: si entra in un luogo di lavoro per conoscenza personale del datore, si evita di chiedere quali saranno le esatte condizioni al fine di imbonire, si accettano le intemperanze o peggio di chi siede su un gradino più alto nella scala gerarchica. Perfino la scuola pubblica in Italia, con riforme sostenute dal vento dell’autonomia, assunto queste caratteristiche,

    Lo svolgimento. Quante persone conoscete, fra i vostri amici e parenti, che esercitano il proprio lavoro senza una ripetizione delle stesse procedure o movimenti, il cui spirito critico viene apprezzato, la cui propensione personale valorizzata? Chi può gestire in maniera sufficientemente indipendente il proprio carico di lavoro? In relazione al tema sicurezza, chi può non accettare o migliorare la propria condizione di sicurezza sul lavoro? 

    Facendo per la maggior parte del proprio tempo esperienza di quanto sopra descritto, come può il lavoratore o la lavoratrice non lasciarsi plasmare ed esercitare immediatamente fuori dal luogo di lavoro un comportamento ed un atteggiamento democratici? Come si può chiedere di essere cittadino a chi, per la maggior parte del tempo, si abitua ad essere schiavo?

    Chiaramente, oltre alle condizioni di cui sopra, occorre tener conto di altri fondamentali aspetti: la proporzione fra il tempo dedicato al lavoro e quello riservato ad altre attività, la capacità di affrancarsi da un lavoro e sceglierne un altro, la possibilità di trovare un’offerta lavorativa più vicina al propria indole o alla propria formazione.

  • Il sindacato del dito

    Insieme per la giustizia, questo significa sindacato.
    In un mondo del lavoro completamente in crisi, ed in un blog come questo, non si può non ripartire dall’equilibrio fra lavoro e capitale, di cui infatti abbiamo parlato già. Il mantenimento di questo equilibrio è affidato al potere garantista della legge – da una politica che ha completamente abdicato in favore dell’economia, è altresì improbabile aspettarsi questo ruolo e le riforme dal pacchetto Treu in poi ne danno conferma – e alla contrattazione fra sindacati e associazioni datoriali, almeno in Italia.

    Le parti datoriali giocano un ruolo abbastanza facile: chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione ed ha come unico scopo il profitto può muoversi liberamente fra delocalizzazioni, applicazioni di contratti collettivi firmati da organizzazioni sindacali che annoverano fra gli/le iscritt* sì e no i membri della famiglia di chi le ha fondate, lavoro nero, lavoro grigio, evasione delle tasse, finanziarizzazione dei patrimoni e dunque creazione di reddito attraverso meccanismi che il lavoro non lo prevedono proprio. Insomma, tra legalità ed illegalità, o meglio tra ingiustizie legalizzate e giustizie illegali, basta un po’ di fantasia ed il denaro va su.

    La parte debole, quella che ci interessa quanto meno perché il nostro patrimonio non prevede rendite se non proventi da lavoro (dipendente), invece arranca ed arranca perché il concetto di sindacato si è perso – come Andrea – e non sa tornare.

    Ma, dopo questa necessaria premessa, riprendiamo da “insieme per la giustizia” e vediamo cosa ne è oggi della vita ciascuno dei due termini.
    Insieme: parola quantomeno démodé; fra monolocali (di 20 mq), monoporzioni, famiglie nucleari, numero di automobili procapite più alto in Europa (684 ogni 1000 abitanti, fonte Eurostat marzo 2024), smartworking e chi ha altri esempi li aggiunga, palesemente l’Italia non sta andando verso una cultura di solidarietà fra deboli. Non a caso, eh; lo smantellamento dell’apparato pubblico in vista della privatizzazione – con la scusa che il pubblico fosse troppo dispendioso e poco efficiente, anziché migliorarlo l’abbiamo buttato via -, l’attacco ai corpi intermedi in termini culturali e legislativi, la precarizzazione e parcellizzazione del lavoro non sono fenomeni creati da cittadin* che non vogliono socializzare ma cavalli di Troia che hanno portato alla solitudine de* pover*. Anche se non voglio nemmeno sfociare nel buonismo, essere adult* con un grado di istruzione che permette di leggere e scrivere è sufficiente a non fare di nessun* una vittima, ma quanto meno il/la co-responsabile della propria rovina. 


    Giustizia; qui si fa un po’ più complessa la questione: qual è oggi il lavoro giusto? Le prime caratteristiche – crediamo noi, condivisibili – che ci vengono in mente sono: accessibilità, dignità, bilanciamento. L’accessibilità in termini del riuscire ad inserirsi nel mercato del lavoro: non entrarne ed uscirne in un andirivieni di contratti precari, in cui si fa un po’ di tutto e un po’ di niente, in cui ci si accontenta, ci si arrabatta, si arrotonda. In cui si entra, con un passo non trionfale ma nemmeno da cani bastonati, e si resta. Dignitoso sia nel senso della retribuzione – un qualsiasi stipendio per un lavoro a tempo pieno inferiore ai 1800€ non dovrebbe essere concepibile, perché è palesemente un compenso che non consente una sopravvivenza autonoma ed indipendente – sia nel senso delle mansioni – abbiamo l’intelligenza artificiale e robot che imparano dal comportamento umano, bene! Che mettano loro a fare i lavori pesanti, pericolosi, ripetitivi, in cui l’essere umano non viene valorizzato o addirittura viene ridotto lui ad una macchina -. Infine, bilanciato. E qui – anche nelle altre questioni, ma in questa in particolare – vorrei che i sindacati la smettessero di guardare il dito; non tanto quelli che con la parte datoriale sono affini per storia e per loro stessa ammissione, ma quelli che agli astri dicono di guardare, che sia la luna o il sol dell’avvenire. 

    Non è più concepibile da un essere umano sotto ai 35 anni – anche se in Italia sono pochi sono comunque gli adulti destinati a rimanere – lavorare 8 ore al giorno su 5 o addirittura 6 giorni a settimana, per 11 mesi all’anno, per almeno 40 anni. Ci dobbiamo dire che un lavoro che consenta la salute psicofisica, la socialità e con essa la democrazia, la formazione e lo sviluppo, la libera iniziativa della persona è un lavoro che investe al massimo 30 ore a settimana, per al massimo 10 mesi all’anno e non più di 35/38 anni di vita. Anche perché siamo stuf* di vedere in giro per i mercati, per i musei, per le spiagge solo vecchi, bigotti, spreconi, e a cui innalzare il proprio spirito non serve più ad un fico secco.
    E già immaginiamo le facce di quanti diranno: “brav*, facile scrivere il libro dei sogni, ma non è sostenibile!”. E allora ci arrabbiamo, soprattutto con i sindacati che sono lì a posta per questo, per fare una controcultura, per lottare per ottenere la giustizia e mica per mantenere lo status quo, e nemmeno, se non è più il tempo, la cultura collaborazionista della Costituente; sono apparato, intelligenza collettiva. Ci sono sistemi la cui sostenibilità non ha nulla a che vedere con le leggi umane, tipo la natura e tuttavia, benché nessuna delle nostre attività abbia nemmeno la parvenza della sostenibilità, continuiamo a disinteressarcene. Quei sistemi invece che possiamo cambiare in qualsiasi momento perché sono SOLO accordi fra essere umani, solo regole e leggi dell’uomo per l’uomo, allora quelli no, non possono essere cambiati, stressati e definitivamente liquidati. Il capitalismo è UN sistema umano, la cultura del quantitativo di lavoro svolto come virtù della persona e del/la cittadin* pure. Vogliamo cambiarli o continuiamo ad indicare l’utopia che serve a spingerci appena per i 2 o 300 metri asfaltati di una manifestazione romana? 

  • Con la cultura si mangia e si fa la pace

    Ascoltando le parole nell’incontro fra Trump e Zelensky, credevo che il valore della cultura fosse la questione dirimente, prima ancora di economie, popoli ed eserciti. Dopo le sparate suprematiste di Vecchioni in piazza ieri, e dopo le semplificazioni qualunquiste di Augias credo che la questione culturale sia davvero l’unica. Associare questi due aggettivi a quelle due persone mi dispiace davvero tanto, ma mi ricorda una volta in più che non si può prescindere dalla propria condizione personale, e la loro è quella di due vecchi, che a questo mondo, in un modo o nell’altro, non appartengono più e di sicuro non andrebbero a combattere in caso di guerra.

    Qualche anno fa, in Italia, un Ministro ignorante pronunció la frase “con la cultura non si mangia” e una sinistra altrettanto ignorante, nonché mediocre, non seppe rispondergli se non con i posti di lavoro che crea il turismo. 

    Piccolo inciso sul turismo e la sinistra: il turismo, specialmente quello stagionale, in Italia sta portando l’arricchimento di pochi datori di lavoro grazie ad un lavoro povero, precario, non professionale né professionalizzante, la mancanza di soluzioni abitative per lavorator* e student*, ammassi d’immondizia non riciclabile e nemmeno più la possibilità di godere per la popolazione stabilmente residente del proprio patrimonio artistico e paesaggistico, economicamente diventanti inaccessibili, perché perennemente invaso da smartphone fotografanti in mano a cavalletti umani in pose senza pudore. Credo che ciò dica abbastanza sulla capacità di visione per il nostro Paese degli esponenti della sinistra italiana, sulla loro serietà nel parlare di politiche sociali ed ambientali.

    Ma torniamo a noi. Per dare valore alla propria cultura, sono necessarie delle consapevolezze. Che essa siano sul paesaggio, ambiente, patrimonio artistico, competenze artigianali, innanzitutto tocca conoscerle, ma non nel senso di sapercele e saperle enumerare e/o nominare. Occorre saperne la storia, la necessità, il significato, la coesione sociale che creano intorno a sé, il senso di appartenenza, di identità, di orgoglio. Senza deriderle e ridurle in nome della moneta unica, il pensiero globale, la lingua commerciale e cosmopolitismi vuoti. Non sto alludendo alla nostalgia per Comuni o Signorie, per il provincialismo, ma è davvero da idiot* – altro che quelli di Milei – pensare che traghettare una persona senza coscienza del proprio valore, sradicandola semplicemente dall’identità appresa per prossimità ed emulazione, verso un mondo senza riferimenti crei un cittadino/a del mondo e non un uno/a zombie che regge uno smartphone. 

    Se la nostra classe politica degli ultimi 30 anni (e non intendo da Berlusconi, ma anche dai suoi coevi) avesse avuto conoscenza, coscienza, rispetto – voglio sognare, orgoglio – delle nostre culture e avesse immaginato una scuola in cui se ne apprende il valore, l’America non ci avrebbe messi all’angolo vendendoci sempre prodotti presentati come simulacri di pace, libertà o democrazia. Avremmo avuto gli strumenti per capire. Sapremmo riconoscere il dolore degli ucraini tra chi li vuole americanizzati e chi russificati, l’ingiustizia di Israele a Gaza, avremmo meno paura dello straniero.

    Con un po’ di cultura non avremmo costretto alla fuga “ i nostri cervelli”, svenduto i marchi alle multinazionali, non avremmo ucciso l’artigianato e creato lavoratori e lavoratrici tranquillamente sostituibili da macchine, non permetteremmo alla mafia di governare il ciclo dei rifiuti, di scavare intere colline per farci passare interessi liquidi in condutture metalliche.
    Con la cultura saremmo stati tutt* più ricch*, proprio in senso economico.

    Con la cultura si mangia, si mangia tutt*, senza che qualcun* si abbuffi, e si mangia a lungo, a “colpi” di diplomazia e accordi.

    Ed infine, quella cultura creerebbe i presupposti per  la Pace e per un pacifismo vero, che non si difende affatto con i denti di Vecchioni.

    Anche la psicologia ci ha spiegato, ben prima dell’altro ieri, che l’incontro con l’altr* è possibile solo a partire dal senso di sé. E solo con “io” e con “tu” si crea relazione, magari diplomatica anche.